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La lezione in aula come setting: un contenitore mentale per una didattica terapeutica

29/10/2019
di Giorgio Rini
Lingua: IT

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lezione

Ridurre il disagio: questo dovrebbe essere il principale obiettivo quando la didattica viene rivolta a gruppi di discenti in una situazione di svantaggio o quando le lezioni vengono impartite a gruppi particolarmente fragili. L’azione didattica può avere davvero un’azione terapeutica, se la si intende come riscatto e come punto di incontro di relazioni, di rapporti umani, volti a rafforzare fiducia personale ed autostima.

Fare lezione in aula significa predisporre un vero e proprio setting, non molto diverso da quello che viene utilizzato nella psicologia clinica e che ha molte valenze positive in psicoterapia. Il setting va inteso come contenitore mentale che mette in relazione da una parte il docente, dall’altra lo studente.

Ci possono davvero essere molti significati e molti benefici nel riuscire ad instaurare un rapporto proficuo di collaborazione tra insegnante e apprendente. Le emozioni che guidano la relazione si configurano come un punto di riferimento che favorisce l’apprendimento per lo studente, ma che allo stesso tempo garantisce un processo di crescita professionale (e personale) del docente stesso.

Ma quando parlo di setting, non mi riferisco soltanto agli aspetti interiori, “mentalizzati”, del contenitore. Vorrei fare riferimento anche agli aspetti esteriori che riguardano l’ambiente di apprendimento, l’aula. Quanto sarebbe importante contare sulla giusta illuminazione, su una disposizione precisa dei banchi e della cattedra, sulle sollecitazioni sonore? Tutto questo per poter generare le adeguate sensazioni, capaci di creare l’atmosfera ideale per un ambiente che fosse facilitatore di trasmissione di conoscenze e di acquisizione di abilità.

Mi piacerebbe molto che ci si focalizzasse a questo proposito sul concetto di incontro. Il setting in aula favorisce l’incontro tra insegnante e allievo, un incontro che è un reciproco conoscersi, un reciproco ascoltarsi. Ma incontro significa anche dialogo, tenere in considerazione le esigenze dell’altro.

Spesso in questo contesto appare molto importante anche il silenzio, a cui è possibile dare numerosi significati. Non per forza, tuttavia, il silenzio deve essere visto come la base dell’instaurarsi di una relazione negativa. Silenzio non vuol dire necessariamente indifferenza, ma può indicare anche paura di aprirsi per timidezza e relativamente ad una fase in cui non si è attivato un processo di socializzazione. Dunque può essere anche la misura del percorso emozionale compiuto fino ad un dato momento, per eventualmente avviare stimoli adeguati.

Nel setting d’aula tutto è estremamente soggettivo. La soggettività può essere il filtro, attraverso il quale interpretare le relazioni. Il silenzio può rappresentare ad esempio in senso positivo, lo spazio mentale adatto a lasciare spazio alla narrazione di sé, principio del raccontarsi e dell’acquistare fiducia reciproca.

L’efficacia della didattica e il suo effetto terapeutico passano attraverso un equilibrio molto delicato. Se l’insegnante sa favorire la costruzione di questo equilibrio avrà gettato le basi per l'alfabetizzazione emotiva.

 

Prof. Giorgio Rini

CPIA Terni

Ambasciatore EPALE Umbria

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