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La valigia degli attrezzi II – la ricerca

20/05/2020
przez Eleonora Policicchio
Język: IT

La centralità del detenuto è stata sia la regola che ha guidato la nostra raccolta delle storie personali e la realizzazione di tutte le attività ideate a tal fine; sia il criterio – o uno dei criteri – seguito nella nostra selezione dei progetti innovativi promossi nei vari istituti di detenzione nel mondo.

Del resto, l’obiettivo del progetto STEPs è la messa a punto di una metodologia sperimentale per il reinserimento dei detenuti nella società, una metodologia basata sugli ambienti virtuali che dovrebbero consentire agli stessi detenuti un momento di riflessione sul proprio vissuto e sul percorso che li attende una volta esaurita la pena.

A tale proposito, perciò, oltre alle storie personali, anche lo studio di pratiche didattiche virtuose o, più in generale, di efficaci esperienze educative innovative, si è rivelato necessario alla definizione di una proposta effettivamente originale ed efficace allo stesso tempo.

Obiettivo tutt’altro che scontato, su cui prezioso è stato il contributo fornito dalla Cattedra Unesco di ricerca applicata per l’educazione in prigione, istituita presso l’istituto Cégep Marie-Victorin (Québec, Canada) tra 2011 e il 2019, il cui sito web offre (tra le tante altre cose) una vasta documentazione, con articoli, report, video, bibliografie e sitografie che consentono l’accesso a un corpus di studi e ad esperienze formative ed educative realizzate in tutto il mondo, con le quali confrontarsi e delle quali arricchirsi.

Nel nostro caso ci siamo concentrati su progetti finalizzati al reintegro dei detenuti all’interno della società; o, preventivamente, al mantenimento e alla conservazione del loro legame con il mondo esterno e il suo divenire, in modo da evitare che la detenzione diventi causa di alienazione nel tempo stagnante e non più fluido della vita carceraria (“arresto”, più che “detenzione”, renderebbe meglio in questo caso l’idea del fermarsi, dell’interruzione della naturale evoluzione dell’esistenza); o anche, infine, alla riappropriazione della propria identità, o alla sua ridefinizione conseguentemente al trauma del carcere.

Continuità, dunque; e condivisione: entrambe possono assumere forme differenti. Nel presente, ad esempio, possono tradursi in corsi post-secondari tenuti all’interno dei centri di reclusione, ma aperti in egual misura a studenti carcerati e non, in modo da creare una contiguità e un dialogo – spesso su temi inerenti la reclusione stessa, nonché sui meccanismi di produzione della differenza sociale – utili contro ogni stigma e pregiudizio da entrambe le parti (progetto “Walls to bridges”, Ontario, Canada).

Anche il poter semplicemente condividere l’utilizzo dello stesso materiale di studio usato da persone fuori dall’istituto di pena va ben aldilà del rispetto – comunque sacrosanto – del principio di eguaglianza e di pari accessibilità dell’istruzione: è un modo per creare un ponte con l’esterno, in questo caso sia nel presente, sia nel futuro, agevolando la prosecuzione degli studi una volta riconquistato lo statuto di libertà. Quando poi si tratta di materiale digitalizzato (come nel caso del progetto “From Access to Success: improving the higher education learning experience for students without Internet access”, promosso dal Southern Queensland Correction Centre di Gatton in Australia, in collaborazione con la University of Southern Queensland), l’iniziativa acquista un valore in più, offrendo la possibilità di familiarizzare con l’utilizzo di tecnologie (sebbene in modalità offline) necessarie per un futuro inserimento nel mondo del lavoro. In un sistema d’istruzione come quello australiano, basato quasi esclusivamente sulle nuove tecnologie, l’essere esclusi dal loro uso si traduce per i detenuti nell’essere esclusi da qualsiasi percorso di formazione non soltanto accademico.

Oppure la condivisione, che garantisce il mantenimento del legame con l’esterno, può assumere la forma di un concorso aperto a tutti e non soltanto a chi studia in carcere. È il caso del Concours d’éloquence istituito in Francia dal 2005 per studenti di diverso ordine e grado, a cui l’Istituto penitenziario di Toulon – la Farlède ha deciso di candidare i detenuti interessati a cimentarsi non soltanto in una o più prove di retorica, ma in un vero e proprio percorso di potenziamento della comunicazione e allo stesso tempo di allenamento all’ascolto (di sé e degli altri) e al confronto con altre prospettive. Come insegnava Cicerone, l’oratore deve infatti saper flectere o movere animum, per cui deve conoscere bene le emozioni umane, incluse le proprie; probare, e quindi saper argomentare dopo aver ascoltato (e rispettato) gli argomenti altrui; e infine delectare, magari divertendosi anche lui stesso in prima persona, grazie a un’esperienza che in questo caso offre l’occasione di venire a contatto con formatori e giurati di vario tipo, tra cui attori e rapper famosi.

È sempre sulla base della condivisione, questa volta di problemi ambientali urgenti e attuali, che viene garantita una continuità che guarda anche al futuro reinserimento sociale e lavorativo. Sono molti i progetti di recupero ambientale, ripiantumazione e salvaguardia dell’ecosistema promossi da istituti di pena di vari Paesi, dagli Stati Uniti (“Sagebrush Steppe Conservation Nursery”, Coyote Ridge Correction Centre, Washington; “Inspire”, Utah, Nebraska, Florida, Alaska, Washington, Oregon), alla Spagna (“Oxigeno”), al fine di formare i detenuti in una professione e di renderli sensibili e consapevoli riguardo al rispetto dell’ambiente, tema su cui oggi tanto si dibatte.

Molti poi sono i progetti che usano le arti per migliorare gli spazi condivisi in carcere e per garantire una continuità nella percezione e nella ridefinizione di sé. “Murales de libertad” ad esempio, un progetto che ha debuttato nel 2008 nel carcere di Quito (Ecuador) ma oggi adottato da più strutture, non vuole soltanto abbellire gli spazi di reclusione con murales realizzati dai detenuti; nella procedura di ideazione e realizzazione delle opere, infatti, i carcerati sono indotti sia a confrontarsi sulle questioni etiche a cui vogliono dare espressione, imparando modalità di dialogo e di confronto non violenti o prevaricanti, sia a riflettere sui propri sentimenti ed emozioni per poter dar loro forma. “Yo no fui” da parte sua (Buenos Aires, La Pampa – Argentina) propone alle donne detenute un percorso di conoscenza e di ridefinizione di sé attraverso la poesia, strumento che obbliga inevitabilmente a una riflessione sulle proprie emozioni e a una loro rielaborazione, così da scoprirne la portata soggettiva e universale al tempo stesso. Come suggerisce il nome medesimo del progetto, lo scopo è aiutare a vincere quella sensazione, comune a chiunque entri in carcere, di venir privati del proprio essere, di “essere stati” (fui) ma di non essere né di poter essere più, come se il tempo della vita si fermasse. Yo no fui, allora: perché io posso ancora essere, e sarò ancora. Ed è anche per garantire questa continuità mai interrotta tra la vita prima, la vita dentro e la vita fuori dal carcere, che i laboratori non si esauriscono soltanto all’interno del centro di detenzione, ma accompagnano le detenute anche una volta che ne escono, come una sorta di sostegno emotivo.

Non vanno infine dimenticati i tanti progetti di alfabetizzazione (“Yo sí puedo”, metodo innovativo nato a Cuba e poi esportato in altri paesi ispanofoni, e la cui validità è stata riconosciuta dall’UNESCO; o gli Ateliers de light painting” nel Centre pénitentiaire de Toulon – La Farlède, degli originali laboratori di composizione tramite la luce) portati avanti nelle carceri di tutto il mondo, necessari per fornire ai detenuti, tra i quali il tasso di analfabetismo è spesso elevatissimo, un primo e primario mezzo di decodifica del mondo e di espressione di se stessi.

Si tratta, ovviamente, soltanto di alcuni esempi di progetti innovativi realizzati nei penitenziari di vari Paesi ai fini del reinserimento dei detenuti nella società o della loro non-alienazione da essa. Esempi, tuttavia, funzionali alla definizione di un percorso originale da realizzarsi con una strumentazione innovativa (gli ambienti virtuali), e perciò attrezzi utili da riporre in valigia per potersi mettere al lavoro.

Autore del testo: Piero Schiavo

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