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Dipingere la libertà

15/10/2019
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“Fino a poco tempo fa stringevano tra le mani una pistola, oggi hanno un pennello”, racconta Alessandro Reale, professore di disegno e storia dell’arte in un liceo romano, consulente del MIUR sull’istruzione in carcere fino al mese di giugno 2018 ma soprattutto esperto del mondo carcerario, dove ha insegnato per oltre quindici anni.

Da circa cinque anni Reale coordina come volontario il laboratorio artistico nel carcere romano di Rebibbia Nuovo Complesso, nella sezione di alta sicurezza G12. Lì sono reclusi i condannati per reato associativo (mafia, traffico di droga, ecc) sottoposti a una maggiore sorveglianza rispetto agli altri detenuti.
Due volte a settimana il professore lavora con il suo gruppo di allievi che si mantiene costante e sono tanti quelli che vorrebbero farne parte ma gli spazi a disposizione non lo consentono. Lì rimane solo con loro, chiuso in una cella che è diventata un laboratorio artistico dove i detenuti possono recarsi anche da soli durante tutta la settimana.
I risultati sono sorprendenti come testimoniano le numerose mostre dove sono stati esposti i quadri degli artisti di Rebibbia. Ricordiamo gli eventi più recenti, per ora tutti con sede a Roma: Biblioteca Galleria Angelica novembre 2016, Biblioteca Marconi Comune di Roma, aprile 2017, Festival dell’economia carceraria, Città dell’Altra Economia giugno 2018, Mostra espositiva Sala Teatro C.C. Rebibbia, gennaio 2019, Evento “Liberamente” Associazione Acrase – Città dell’Altra Economia gennaio 2019, Complesso monumentale San Cosimato - Nuovo Regina Margherita, Salone di rappresentanza maggio 2019.


Abbiamo incontrato Alessandro Reale per farci raccontare la sua esperienza.


D. Come è iniziato il progetto del laboratorio artistico?
R. Sono stati alcuni detenuti, sostenuti dalla direttrice Rosella Santoro e dalla vice Antonella Rasola, a prendere l’iniziativa. Siamo partiti con quattro detenuti, siamo arrivati a tredici e molti altri avrebbero voluto entrare. In breve tempo, il laboratorio artistico è diventato un punto di riferimento per intraprendere un percorso di introspezione e crescita personale. Attraverso le opere pittoriche i detenuti comunicano con inequivocabile chiarezza la loro interiorità, i desideri, i ricordi, il passato in una modalità che nessun discorso potrebbe rendere così chiaro e esaustivo con la medesima immediatezza ed efficacia.


D. Come sono organizzate le attività?
R. Il sostengo della polizia penitenziaria e dell’area educativa è stato ed è determinante. La partecipazione dei detenuti al laboratorio è costante e libera nel senso che possono frequentare il laboratorio in qualsiasi momento della giornata. Naturalmente durante la mia presenza, in media una/due volte a settimana, la partecipazione all’attività laboratoriale è maggiore perché i detenuti sentono il bisogno di una guida, di un suggerimento e di un sostegno alla loro attività pittorica. Per tutti loro è stata la prima volta in cui si sono cimentati, sotto ogni aspetto teorico e pratico, in un percorso di questo tipo. Nonostante le evidenti difficoltà dovute al contesto, alla carenza di materiale, all’inesperienza, sono riusciti ad esprimere, in una giustapposizione di forme e colori, i loro aspetti più profondi. Essi sono riusciti a traslare la loro sensibilità dal grilletto di una pistola alla punta di un pennello.


D. Quali sono gli aspetti più importanti dell’esperienza che state portando avanti?
R. Attraverso la pittura per tutti loro si è avviato un percorso di consapevolezza. I quadri realizzati hanno consentito di svelare e rivelare, attraverso la forza evocativa delle immagini, il vissuto più profondo con una forza narrativa misurata ma capace di esprimere pienamente la forza creativa dell’arte. Perché l’artista è un essere speciale, una persona capace di cogliere l’essenza delle cose e di renderla più comprensibile, capace di evocare sensazioni, emozioni e riflessioni alla ricerca di una nuova alleanza con se stesso e gli altri. Vincenzo mi ha detto “la   pittura ci permette di raccontare quello che non riusciamo a esprimere con le parole.


D. Quali difficoltà hai incontrato nella realizzazione del laboratorio?
R. L’amministrazione penitenziaria ha mostrato disponibilità sin dall’inizio del percorso. Tuttavia, non tutto è stato facile e scontato anche perché parliamo di una sezione particolare in cui sussiste un sistema più “rigido” e limitativo della libertà personale ed è per questo che il laboratorio si svolge all’interno di una cella il cui spazio è stato riadattato per scopi educativi e formativi. All’inizio del percorso le difficoltà sono state tante: portare il materiale artistico era ogni volta una impresa per i  controlli che  erano sempre molto  “minuziosi” poi con il passar del tempo e con l’accrescimento dei risultati, il progetto ha posto in evidenza come i detenuti possano trarre beneficio dall’arte grazie alla sua potenzialità nello sviluppare la capacità di mantenere l’attenzione, la creatività, la flessibilità, l’essere aperti a nuove idee, la pazienza, l’auto disciplina, l’abilità di lavorare con gli altri e l’opportunità̀ di impegnare il proprio tempo. Il processo creativo, inoltre, può essere anche un utile sfogo per esprimere rabbia e aggressività, canalizzandole nella maniera corretta.


D. Quali prospettive vedi per il laboratorio?
R.  I risultati finora ottenuti sono molto incoraggianti. Il progetto ha permesso di migliorare la qualità della vita dei detenuti coinvolti, facilitandone il recupero. Si è stabilito un circolo virtuoso che ha sviluppato la collaborazione tra soggetti diversi sia dentro che fuori dall’istituto. Posso affermare che la pratica artistica svolge una funzione terapeutica intesa come catalizzatore di ansie, tensioni e aggressività. È anche uno strumento di modulazione degli stati affettivo - emotivi. Mi auguro che il laboratorio possa diventare un luogo permanente all’interno della sezione di alta sicurezza e mi piacerebbe che la nostra esperienza fosse replicata anche in altri istituti. A Rebibbia, intanto, stiamo per aprire un altro laboratorio nella sezione G8, dove ci sono i detenuti con le condanne definitive. Un’altra sfida.

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di Ada Maurizio

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