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Il carcere secondo la Costituzione. XV Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia

21/08/2019
Lingua: IT

Il 25 luglio scorso è stato presentato a Roma il XV Rapporto di Antigone, Il Carcere secondo la Costituzione. In centosessanta pagine l’Associazione Antigone, che dagli anni Ottanta si occupa di diritti e garanzie del sistema penale in Italia, si prendono in considerazione tutti gli aspetti della vita in carcere a partire dai dati.

A giugno 2019 nei centonovanta istituti italiani i detenuti sono 60522. Si registra una leggera decrescita nel numero dell’ingresso a fronte di un aumento del numero dei detenuti. Il dato, apparentemente contradditorio, si spiega se letto nel senso dell’allungamento del periodo di detenzione e quindi dell’aumento della durata delle pene inflitte: alla metà del 2017, i detenuti che scontavano una pena breve sotto l’anno erano il 5,3% dei condannati, percentuale che scende al 4,9% alla metà del 2018 e al 4,4% al 30 giugno 2019; viceversa, i detenuti che scontavano pene medio lunghe, comprese tra i 5 e i 20 anni di reclusione, erano il 42,5% dei condannati alla metà del 2017, mentre tale percentuale saliva al 43% alla metà del 2018 e al 43,5% alla metà dell’anno in corso. Gli ergastolani sono passati dai 1.707 della metà del 2017 (di cui 97 stranieri), ai 1.726 del 30 giugno 2018 (98 gli stranieri), ai 1.776 di oggi (110 gli stranieri).

È preoccupante il tasso di sovraffollamento medio (119,8%) negli istituti italiani, il più alto dell’Unione Europea, seguito da Ungheria e Francia. In alcuni istituti, il valore arriva al 200%.

Un altro dato fornito dal XV Rapporto è il tasso di detenzione, cioè il rapporto tra residenti e numero dei detenuti: in Italia ci sono cento detenuti ogni centomila persone. Il tasso è molto più alto in Russia e Turchia, mentre nei Paesi scandinavi è la metà di quello italiano.

Il XV Rapporto di Antigone evidenzia la diminuzione della presenza dei detenuti stranieri di circa il 5% rispetto a dieci anni fa. Oggi è pari al 33,42% della popolazione reclusa.

Chi finisce in carcere? Secondo il Rapporto di Antigone l’80% della popolazione detenuta proviene dalle quattro regioni meridionali più popolose (Campania, Puglia, Sicilia e Calabria) oltre che da Sardegna, Basilicata, Abruzzo e Molise, alla quale si aggiungono gli stranieri. Tutto il resto del Paese, tendenzialmente più ricco, produce un quinto della popolazione detenuta, pur costituendo circa i due terzi dell’Italia libera.

La qualità della vita in carcere presenta forti criticità soprattutto per quanto riguarda la vita affettiva e l’accesso a internet.

Se pensiamo che in Italia sono oltre 61.000 i figli che hanno almeno un genitore in carcere, colpisce che nel 30% degli istituti visitati da Antigone non ci siano spazi verdi esterni dove si possono incontrare i familiari. Nel 65,6% delle carceri, inoltre, non è possibile avere contatti con i familiari via Skype. In quasi tutti gli istituti (81,3%) non è mai possibile collegarsi a internet.

Il dato sul livello di istruzione è allarmante: oltre mille detenuti sono analfabeti, di cui ben 350 italiani. In Italia gli analfabeti sono lo 0,8% ma in carcere la percentuale raddoppia. Il 10% dei detenuti (circa 6500) ha solo la licenza elementare mentre i laureati sono poco più dell’1% (698), contro il 18,7% del dato nazionale.

Da Antigone arriva un chiaro e forte messaggio al MIUR e al Ministero della Giustizia, responsabili dell’offerta formativa e dell’istruzione in carcere: L’istruzione è uno dei percorsi per costruire alternative alla devianza, strumenti intellettuali, stima di sé, senso di appartenenza alla comunità sociale e culturale. L’istruzione è un diritto fondamentale della persona, libera o reclusa che sia, nonché lo strumento principale di emancipazione da qualsiasi percorso criminale. La legge italiana lo elenca tra gli elementi di quel trattamento rieducativo che dovrebbe portare la persona detenuta a reintegrarsi nella società e a non commettere più reati. Il nostro ordinamento lo considera dunque come un elemento di tutela della sicurezza. Senza l’istruzione aumenta il rischio che il carcere diventi una scuola di devianza.

di Ada Maurizio

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