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Un portfolio delle competenze, dei bisogni e delle aspettative dei migranti dal progetto ESpaR

Un metodo per l’orientamento degli adulti che potrebbe essere adottato per favorire l’inclusione sociale e lavorativa dei migranti in diversi contesti di accoglienza ed un modello che potrebbe rappresentare il momento iniziale di percorsi di apprendimento che proseguono con tirocini, corsi di formazione, supporto alla creazione d’impresa, certificazione delle competenze. Intervista al coordinatore di ESPaR - European Skills Passport for Refugees.

Un metodo per l’orientamento degli adulti che potrebbe essere adottato per favorire l’inclusione sociale e lavorativa dei migranti in diversi contesti di accoglienza ed un modello che potrebbe rappresentare il momento iniziale di percorsi di apprendimento che proseguono con tirocini, corsi di formazione, supporto alla creazione d’impresa, certificazione delle competenze, ecc: è la proposta pilota di ESPaR - European Skills Passport for Refugees, progetto internazionale promosso dal CROSS - Centro di Ricerche sull'Orientamento e lo Sviluppo Socio-professionale dell’Università Cattolica di Milano e co-finanziato dall’Unione Europea con il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) 2014-2020 Obiettivo Specifico 2. Integrazione/Migrazione legale. Obiettivo Nazionale 3. Capacity building lett.m) Scambio di buone Pratiche.

 

 

Che cosa si è definito con il progetto ESPaR? Quale il prodotto?

Come offrire qualcosa di concreto che potesse rappresentare le persone straniere, giunte in Italia, custodire la loro storia ed aiutarle ad affrontare il nuovo? Perché proprio dalla biografia personale si può costruire resilienza e solo con la consapevolezza delle origini si può proseguire verso una piena inclusione.

Lo conferma anche Diego Boerchi, ricercatore e docente dell’Università Cattolica e coordinatore generale del progetto, che, nell’intervista rilasciata per Epale, ne precisa la finalità: dispiegare per i migranti e richiedenti asilo un percorso consapevole e strutturato che possa condurre ad un bilancio di competenze volto a realizzare un processo inclusivo sia nell’ambito professionale ma, anche, di conseguenza, nel tessuto sociale della nazione di destinazione. La novità di ESPaR è, infatti, quella di tracciare un percorso di bilancio di competenze che viene inserito in contesti formativi più ampi come tirocini, apprendistati, avvio di startup e che si configura come più impegnativo in quanto richiede un cambio di atteggiamento e una trasformazione individuali.

Boerchi snocciola le cifre della sperimentazione condotta con il contributo di diversi partner, italiani e stranieri (Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) ed ha coinvolto un elevato numero di utenti/operatori: sono stati gestiti circa 40 gruppi per 400 destinatari di cui 362 hanno completato il percorso con la stesura del proprio bilancio di competenze.

I percorsi personalizzati hanno visto un’articolazione suddivisa in: due incontri individuali di un’ora, uno iniziale, in cui si è dato spazio al racconto autobiografico libero, e uno finale in cui l’operatore discuteva con l’utente la bozza di documento definitivo, 8 incontri di gruppo di 3 ore ciascuno e un incontro finale di 2 ore dedicato alla consegna del portfolio ad ogni partecipante e ad una conclusione conviviale dell’itinerario. Durata complessiva: circa 28 ore.

 

Quali peculiarità rispetto ai percorsi di accoglienza e di orientamento tradizionali?

Normalmente la tematica dell’orientamento è molto sottovalutata nel caso degli stranieri rispetto alla componente italiana, è una fase che viene completamente saltata anche per la carenza sistemica e strutturale dei servizi classici: solitamente viene condotta, infatti, un’analisi sommaria delle competenze che non concede a datori di lavoro, responsabili risorse umane e di organizzazioni interessate di comprendere appieno il patrimonio personale.

Con ESPaR, nei colloqui, le persone hanno potuto esprimere valori, credenze, bisogni ed aspettative che emergevano dall’implicito ottenendo nuova dignità nella narrazione di sé per riallacciare storie e riconnettere identità frammentate e traumatizzate: il racconto di sé è stato traghettato verso una nuova sintesi cosciente che ha intrecciato storie spezzate dall’attraversamento di vari confini, naturali e culturali. È stato, così, curato un lavoro di mediazione, una meta-narrazione che ha tradotto le risorse emergenti dalle biografie in linguaggi comprensibili e significativi. Questo ha voluto dire, per gli operatori coinvolti, mettersi in gioco, rimodulare costantemente l’intervento e reinventarsi nella relazione interpersonale.

Il ricercatore aggiunge, inoltre, che la normativa recente permette ai migranti, in attesa dell’esito della domanda di riconoscimento di status, di svolgere attività volontaria; così ESPaR si è posto l’obiettivo di rendere questo periodo vuoto più redditizio, per queste persone, agganciando il loro passato per dare nuova speranza al futuro ed evitare di tenerle “congelate” nei centri di accoglienza.

 

 

A quali difficoltà vanno incontro i migranti nell’inserimento lavorativo?

La legge, tuttavia, non si è occupata di definire come queste persone si rendano autonome, fatto non automatico né scontato. A questo proposito Boerchi individua due ordini di problemi che accomunano le tradizionali procedure di ricollocazione professionale ed accoglienza, spesso ridotte ad una mera stesura di CV e all’illustrazione del funzionamento del sistema formativo e lavorativo nazionale: il primo è un problema idiomatico che ESPaR ha cercato di superare istituendo gruppi di lavoro in diverse lingue (anche Urdu e, laddove possibile, italiano così da ampliare il vocabolario appreso); il secondo, di tipo concettuale, ha riguardato la conoscenza del significato di alcune nozioni chiave come quello di “competenza trasversale”.

Sia per gli stranieri con minore livello di istruzione, che in Italia rappresentano la maggioranza, come quelli provenienti da paesi del Centrafrica, sia l’immigrazione con qualifiche più elevate, che si indirizza verso il Nord Europa, è importante avere cognizione delle competenze trasversali perché queste, non solo non si insegnano, ma sono indipendenti dalla qualifica: un giovane con bassa scolarizzazione potrebbe, ad esempio, distinguersi per una spiccata propensione empatica alla cura degli altri ed utilizzare quest’attitudine per la ricerca attiva di lavoro nel settore dei servizi alla persona.

Emblematica la storia, che riferisce Boerchi, di una donna venezuelana, avvocato, arrivata con il desiderio di riprendere ad esercitare la sua professione in Italia e che, dopo aver speso mesi preziosi nel vano tentativo di farsi riconoscere il titolo professionale, ha impiegato altrettanto tempo per elaborare il lutto prima di aprirsi a nuove possibilità.

 

Che cosa permette al migrante di evolvere dal lutto della perdita della professionalità ad una visione più realistica delle proprie possibilità? Cosa scatta ad un certo punto?

Non solo il trauma del viaggio e dell’abbandono della casa, le persone che migrano sono esposte ad un’evoluzione che, come riportano i modelli di ricerca in letteratura e nel manuale di ESPaR (disponibile gratuitamente sul sito www.refujob.eu in italiano ed inglese e, a breve, in spagnolo, francese e tedesco), si sviluppa con diverse fasi: dall’iniziale shock, seguono rabbia verso sé stessi e verso gli operatori, depressione e tentativi di rinegoziazione fino alla faticosa accettazione. Solo a questo punto i soggetti sono pronti per ridisegnare la propria carriera con la percezione e valorizzazione di conoscenze, esperienze ed abilità pregresse.

Qualità che sembravano connotare, in parte, i migranti che sostavano presso la Stazione Centrale di Milano quando conservavano, gelosamente, buste di plastica con i pochi, laceri effetti personali e carte sbiadite, salvati da quell’interminabile viaggio verso una terra promessa. Così come era significativo osservare l’orgoglio con cui giovani dell’EXPO di Milano mostravano il passaporto con la collezione dei timbri di ogni nazione raccolti nei vari padiglioni della fiera.

Proprio da queste intuizioni ha preso le mosse il progetto cresciuto sull’idea originale di Cristina Castelli, docente di psicologia e direttrice della Unità di Ricerca sulla Resilienza presso l’Università Cattolica di Milano: offrire uno strumento pratico per guidare i migranti a riprogettare la propria professionalità con una visione realistica, non troppo elevata e non troppo limitata delle proprie capacità, e dare adito ad un inserimento positivo e consapevole nel mondo del lavoro del paese ospitante.

Ed in tutto ciò il fattore tempo non è stato secondario, secondo Boerchi i tradizionali itinerari tendono a fallire perché i bilanci di competenze sono spesso troppo brevi, quando vengono realizzati, per l’urgenza di avviarsi verso gli step successivi che si affrontano senza la necessaria preparazione. Il docente rimarca, infatti, che non è obbligatorio rassegnarsi al ribasso verso profili umili, di scarsa soddisfazione e poco redditizi: ad esempio, nel caso citato, l’avvocato del Venezuela, avendo già nozioni di legislazione, avrebbe potuto sperimentarsi come sindacalista o consulente del lavoro o di materie giuridiche. ESPaR mira a far comprendere che ci sono spazi di progettazione del proprio destino professionale e di vita senza lasciare lo straniero in balia della frustrazione derivante dalla delusione delle proprie aspettative. Al termine le testimonianze parlano di persone più informate, consapevoli e motivate ed, in una parola, più pronte per affrontare il mercato del lavoro con attrezzi adeguati.

Quali le prospettive?

Il futuro di ESPaR non è ancora scritto, si sta pensando, ammette Boerchi, di rendere il modello ancora più esortabile e sostenibile sia attraverso la realizzazione di nuove progettazioni che la prosecuzione della ricerca condotta.

Ciò che è sicuro, invece, è il cambio di nome, da ESPaR a ESPOR, dove ciò che viene modificato è il termine ‘passaporto’ sostituito con 'portfolio': anche questa si caratterizza per un’attenzione rivolta all’universo culturale dei migranti, onde evitare l'equivoco mentale di ottenere un documento lasciapassare ufficiale. In fondo è proprio questa attenzione alla persona, alla sua specificità e ai suoi tempi che rende il metodo ESPaR una proposta innovativa e che promette interessanti sviluppi, non solo per stranieri ma anche per i tanti italiani in situazioni critiche.

 

di Annalisa Fabris, Ambasciatrice EPALE Lombardia

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