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"Non ho memoria del trauma": il dolore dei migranti e la cura della parola

04/06/2020
di Giorgio Rini
Lingua: IT

cambiamento

"Non ho memoria del trauma": così si potrebbe definire l’intera concezione che Freud, padre della psicoanalisi, dà sullo sviluppo del trauma e sulle conseguenze che può avere nella vita psichica di un individuo. Non esiterei a definire trauma anche ciò che è connesso all’esperienza, molto spesso dolorosa, del viaggio dei migranti, che affrontano vicende spesso incredibili e inimmaginabili per giungere nel nostro Paese.

C’è una lunga letteratura sul trauma, sulle sue interpretazioni a carattere antropologico. Le due discipline, l’antropologia e la psicologia, nel tempo si sono scambiate molti contributi interessanti. Fra tutte le definizioni che mi sembrano degne di nota, alcune per esempio insistono sull’emozione della rabbia, connessa strettamente alla paura.

Anche questo sentimento ha un ruolo molto importante, per comprendere quella “reticenza” che spesso i migranti adulti hanno nei confronti dell’espressione del racconto del loro viaggio che li ha portati in Italia. Non è del tutto casuale questo non voler raccontare: a volte è proprio non aver memoria del trauma. Almeno in certe occasioni non si ha memoria a livello cosciente, perché le ferite emozionali vengono terribilmente percepite e si traducono spesso in veri e propri disagi, sulla natura dei quali ci si dovrebbe interrogare.

È quello che Freud definisce come il periodo di latenza del trauma: un periodo, in cui almeno apparentemente non si ha coscienza della sofferenza, perché quest’ultima ha una carica così forte, che è come se venisse “disattivata” per non creare altri danni nella vita psichica. Inevitabilmente tutto ciò implica un processo di rimozione. Freud parla in particolare a questo proposito di nevrosi traumatica.

E qui non posso non rifarmi al sentimento della rabbia connesso al trauma, punto che è citato anche da Crile e Cannon. La rabbia è strettamente collegata al sentire del dolore, alle esperienze difficili che molte volte i migranti hanno affrontato durante il loro viaggio.

Ma esiste una rabbia collegata a quello che viene definito in termini psicoanalitici “segreto patogenico”: la rabbia di aver provato dolore, la rabbia di aver subito esperienze terribili, la rabbia di non riuscire a raccontare, per non riprovare lo stesso dolore, la rabbia del rimosso.

Il problema è che esiste una dicotomia fra la memoria del ricordo e la memoria narrativa. Esiste un nodo che fa in modo che il dolore resti sospeso in una dimensione incastrata fra il passato e il futuro.

Esiste una cura? La cura potrebbe consistere in quello che le parole riescono a proiettare sull’altro. Molte volte, nella mia professione di docente al CPIA di Terni, mi sono reso conto che è essenziale rispettare quella che potrebbe essere interpretata come semplice “reticenza”, ma corrisponde in realtà al desiderio di non provare a rivivere il dolore del passato.

Sono convinto che la parola dell’azione didattica però sia in grado di “curare”. Non per forza si deve chiedere quali esperienze abbiano esposto i migranti a condizioni terribili anche da raccontare. Tuttavia possiamo operare con parole ben precise, che sono quelle delle letture, dei racconti, dei confronti, dei concetti che veicoliamo attraverso le azioni didattiche.

L’azione didattica ha in se stessa un potere “terapeutico” perché promuove la socializzazione, perché integra, si impegna a far gruppo, a collaborare, a rapportarsi e poi perché consente, anche attraverso i contenuti delle discipline, di rielaborare il trauma.

Il tutto consiste nel “fare scuola” nel vero e profondo significato, nell’attivare quei processi psichici che stimolano la riattivazione della memoria narrativa. Non necessariamente (e direi non proprio) si deve tradurre nel racconto del dolore in senso esplicito

La parola dell’azione didattica può agire in maniera molto profonda, nel fare in modo che un individuo che abbia vissuto il trauma e il dolore possa conciliare il conflitto che vive.

Non dimentichiamo mai che il cervello umano è dotato di una caratteristica incredibile consistente nella sua plasticità. Ascoltare una lezione, rapportarsi con l’insegnante e con i compagni di classe, apprendere nuove nozioni, sono tutte azioni che contribuiscono al formarsi di altri neuroni che modificano le stesse strutture cerebrali e possono davvero intervenire negli equilibri della mente. È in questo senso che le parole possono curare.

 

Prof. Giorgio Rini CPIA Terni

Ambasciatore EPALE Umbria

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