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Blog

L'adulto significativo

12/06/2017
di Martina Blasi
Lingua: IT

Il tempo non ha prezzo, eppure non ci costa niente

puoi farci tutto ciò che vuoi, tranne possederlo

puoi consumarlo, ma non puoi conservarlo

e una volta che l’hai perso, non c’è modo di tornare indietro

è semplicemente andato

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Dentro, (intendo in carcere), noi siamo insegnanti.

Gente che arriva con la borsa piena di lavoro e idee costruite fuori, nella scuola del mattino, quella definita normale, dove c’è quotidianamente lotta, e fatica, e bisogno e miseria, ma distribuite a caso, rarefatte, sparse.

Dove si può ancora, in una classe, parlare a ragazzi e famiglie di speranze, promesse, progetti, illusioni, oltre che di contenuti e competenze. E crederci, e sentire di fare il proprio lavoro, di assolvere al proprio compito.

Ma in carcere non basta, il carcere è un frullatore e un setaccio: non produce il liofilizzato di te che fai l’insegnante per mestiere, ma quello della persona che sei.  

Insegnare qui, in questo dentro, è vivere nel disagio e nel rischio, ma anche nella scoperta e nell’ avventura. Mette alla prova l’individuo, ciò che ciascuno è ancor prima di ciò che ciascuno fa. Quello che ciascuno è e non ciò che  pensa di essere.

Ma che persone siamo? Infarcite di luoghi comuni, condizionate, frastornate, stanche ma volenterose, responsabili e curiose. Agli insegnati piace sapere, piace dire, piace tirare le somme. L’insegnante tende a credere di essere sottovalutato ma determinante, di fare la differenza, di essere significativo.

Un adulto significativo in un mondo di adulti significativi? Ma lo è davvero? E lo siamo noi che insegniamo qui, nel dentro del carcere femminile di Pozzuoli? Lo sono io?

Da piccola avevo intorno tanti adulti significativi, quelli che si impicciavano, ma che mi dicevano di non attraversare senza guardare, come la mia portiera, o di stare attenta al resto, come il giornalaio, o di parlare alle piante, come la signora della serra al piano di sotto, o di sentire la musica classica, come lo zio celebre, o di disegnare nel nostro calendario di classe, evento rilevante della giornata, Jan Palak che brucia, come la mia maestra elementare all’avanguardia.

Li ricordo, ho in me la loro traccia, i loro avvertimenti, i loro consigli, la forza e i limiti di quello che ciascuno era. E sento che serve.

Ora ce ne sono pochi: gli adulti si guardano bene dal consigliare, non intervengono, non si assumono la responsabilità di posizioni nette, a meno che non siano così avanti negli anni da confondere i ragazzi con se stessi nel passato, donando i loro personali miscugli di saggezza e senilità.

I nostri figli, i giovani uomini e donne che affrontano il futuro, non hanno punti di riferimento? Non so, ma forse ne hanno meno di quanti potrebbero averne perché noi adulti abbiamo paura di rivestire questo ruolo: essere riferimenti significa fatica, coerenza, rischio. Significa crescere, smettere di essere adolescenti e di continuare a vestirsi, parlare, vivere senza considerare l’anagrafe e la realtà.

Significa considerare la propria vita trascorsa un tesoro e non una zavorra, fonte di significato e fascino: essere adulti, adulti significativi.

Pensavo di essere un genitore fortunato perché i miei figli parlano, condividono, sono collegati alla loro casa. A volte sono silenziosi, o litigano tra loro e con noi ma, sempre ci incontriamo con il desiderio di continuare a viaggiare insieme in questo furgoncino che percorre un po’ a strattoni il tempo e lo spazio che è la nostra famiglia. Forse, lo spero proprio, non è fortuna. Forse, lo spero proprio, siamo  genitori significativi.

E’ andata sempre bene qui dentro, in carcere, perché noi insegnanti siamo state fortunate? Abbiamo avviato tanti percorsi, completato quasi delle piccole imprese, solo per favorevoli circostanze? Il team affiatato e le grandi capacità nascoste delle detenute bastano a spiegare tutto? La risposta: si sono incontrate significatività, le nostre, quelle delle detenute, quelle degli operatori carcerari.

La barra, nel lavoro, è stata questa: la fermezza di ognuna di noi di porsi come adulta significativa. Siamo adulte che cercano, fanno crescere gli adulti coinvolti nel nostro lavoro. E le detenute hanno risposto con l’impegno e la volontà di essere sempre più responsabili e scoprire il senso e il segno della propria esistenza.

 

di Fausta Minale

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Fausta Minale da oltre 20 anni è docente di Scienze matematiche della Casa Circondariale femminile di Pozzuoli (NA). Ha ricoperto più volte il ruolo di coordinatrice, funzione di sistema, funzione strumentale di raccordo con l’istituzione reclusiva. Ha partecipato come relatrice a convegni sull’educazione in età adulta organizzati dall’Università Federico II, Suor Orsola Benincasa, Isfol e scuole della Campania; come esperta del settore istruzione, a Conferenze di Servizio del DAP, ad eventi della Biblioteca Nazionale di Napoli e in audizione alla Camera dei Deputati-Commissione Cultura.

La prof.ssa Minale è anche Ambasciatrice EPALE per la sua regione. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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  • Ritratto di attilio giorgi

    E' proprio vero quello che affermi. In effetti, almeno io, nella mia condizione di insegnante in un corso per adulti, mi sono sempre sentito gratificato dalla mia scelta. Quando entravo in una classe normale, al mattino, popolata di ragazzi "normali", la mia condizione di docente mi imponeva una contrapposizione con gli alunni, dovuta principalmente a come è concepita la scuola: un luogo dove si deve imparare, PER FORZA!

    Al corso per adulti questo non succede, e da insegnante in cattedra ti sposti tra i banchi, ascolti le esigenze dei tuoi alunni, anche al di fuori della necessità di apprendimento, e ti trasformi in un mentore, in una guida che illumina la strada di persone che, in qualche maniera, hanno avuto il coraggio di rimettersi in discussione.