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La salute come bene comune e non solo come diritto individuale

One health: il diritto alla salute nella comunità

Le restrizioni applicate durante l’emergenza sanitaria da COVID19 hanno determinato enormi cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane: dall’uso delle mascherine, al distanziamento sociale, al lavaggio continuo delle mani. Le importanti ricadute che le stesse restrizioni hanno determinato nelle attività economiche dei nostri territori sono incalcolabili se non vogliamo limitare lo sguardo: si sono modificati i consumi, le relazioni sociali e lavorative, la nostra stessa gestualità.

La scuola, la sanità, i servizi della pubblica amministrazione, lo stesso settore produttivo hanno dovuto gestire profondi cambiamenti nel modificare le stesse attività applicando nuove e diverse regole di prevenzione dei rischi e di incentivi a comportamenti i più virtuosi possibili.

Lo stesso lavoro agile ha determinato delle grandi opportunità di crescita e di miglioramento laddove i beneficiari erano coinvolti dall’inizio nell’identificare e nel concordare obiettivi, attività e risultati da raggiungere.

In questo scenario, si è delineata una nuova forma di coinvolgimento dei cittadini che passa anche attraverso l’empowerment comunitario ma che, innanzitutto, nasce dalla capacità dei singoli e delle comunità di assumersi le responsabilità per se stessi e per gli altri.

Negli USA è stato da pochi mesi approvato il Programma Health People 2030 che riconosce alla sanità pubblica americana un ruolo strategico nella tutela della salute stessa e che si concretizza su due livelli diversi ma interconnessi:

  • Alfabetizzazione sanitaria individuale: finalizzata all’acquisizione di abilità nel trovare, capire e usare le informazioni per la salute 
  • Alfabetizzazione sanitaria organizzativa: quando le organizzazioni rendono capaci le persone di trovare, capire e usare le informazioni e i servizi in modo equo, al fine di prendere le migliori decisioni legate alla propria salute e a quella degli altri

Si può dedurre, dunque, quanto il ripensare i processi educativi sia cogente e prioritario in virtù di bisogni sommersi difficilmente rilevabili ma che sono ad alto impatto sociale. E il COVID lo ha dimostrato.

La salute non è solo un diritto individuale ma anche, e soprattutto, interesse della collettività. E questo lo abbiamo vissuto in modo diretto durante i periodi di lockdown e di episodi di “violazione” delle restrizioni in virtù di diritti individuali esercitati a scapito di quelli solidaristici di comunità.

Gli stessi paradigmi che orientavano le politiche sanitarie di ieri si sono modificati in questo periodo storico. Oggi si parla di Salute 4.0, di Sanità digitale, di telemedicina, di teleconsulto, di monitoraggio a distanza in una logica di “one health” Salute-Ambiente-Clima.

L’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI 2020) della Commissione Europea pone l’Italia al 25° posto su 28 Stati membri dell’UE con ben 9 punti in meno rispetto alla media europea. Le politiche di educazione degli adulti considerano le competenze digitali come una delle priorità su cui investire così come è dimostrato anche dalle azioni previste dalla Missione 6 Salute del PNRR.

L’agire educativo dovrebbe tendere a rendere competenti e capaci le persone di raggiungere le competenze metacognitive per vivere da protagonisti il cambiamento. Il PNRR potrebbe rappresentare un’importante opportunità per tutti i cittadini per raggiungere quel benessere equo che ancora oggi, purtroppo, non è diffuso in modo omogeneo nei nostri territori.

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