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Donne, carcere e formazione

15/10/2020
di Ada Maurizio
Lingua: IT

In un anno scolastico che è iniziato in condizioni senza precedenti, c’è una buona notizia: si è aperta una sezione di istituto alberghiero nel carcere femminile e nella Casa di Reclusione di Rebibbia a Roma.
Gli addetti ai lavori sanno quanto sia complesso l’iter che porta a un tale risultato e, soprattutto, sanno che i tempi dell’intera procedura sono lunghi e coinvolgono due istituzioni: la scuola e il carcere.
Per conoscere le origini del progetto formativo e comprenderne le prospettive, abbiamo intervistato Alessandro Reale, docente e delegato del dirigente scolastico sull’istruzione in carcere dell’Istituto Professionale Statale per i Servizi dell’Enogastronomia e dell’Ospitalità Alberghiera Amerigo Vespucci di Roma.


D. Ci puoi raccontare come è nato il progetto?


R. L’idea di aprire una sezione di istituto alberghiero nel carcere femminile di Rebibbia a Roma parte da lontano. Lavoro con le detenute da anni. Per 13 anni sono stato delegato del dirigente scolastico del liceo artistico presente all’interno del carcere femminile di Rebibbia. Inoltre, ho svolto varie attività trattamentali anche in altre istituzioni carcerarie e ho potuto cogliere in più occasioni la volontà di molte tra loro di guardare al futuro. In questo senso, avere un’offerta formativa diversificata consente di raggiungere un maggior numero di iscrizioni a scuola. Ricordo che nel carcere di Rebibbia da anni sono attivi i corsi di istruzione secondaria con indirizzo tecnico industriale (Von Neumann), corsi di liceo artistico (E. Rossi) e di istituto agrario (E. Sereni).


D. Quante donne si sono iscritte all’istituto alberghiero?
R. Per aprire il corso abbiamo dovuto raccogliere sin dal mese di gennaio le iscrizioni e ipotizzare un numero di classi per avere l’organico dei docenti. Prima di tutto è stato necessario avere il consenso della Direzione del carcere che è stato totale. Siamo rimasti sopresi del numero elevato di iscritte che all’inizio di questo anno scolastico ha raggiunto le 54 unità, le quali, per motivi di spazio e per le ragioni legate alle regole anticovid sono state ridotte a 24. 


D. Come saranno organizzate le attività didattiche e i laboratori?
R. Il curricolo del primo biennio (nell’istruzione degli adulti corrisponde a un anno) prevede l’attivazione di quattro laboratori: cucina, pasticceria, sala e vendite e accoglienza turistica. Il monte ore totale delle suddette discipline che caratterizzano il percorso scolastico è elevato: corrisponde alla metà dell’intero percorso. La Direzione del carcere ha messo a disposizione spazi specifici quali la cucina presente all’interno dell’istituto. Tuttavia, occorre avere una strumentazione più adeguata e stiamo lavorando anche con l’ente locale per potenziare i laboratori anche perché il prossimo anno il monte ore delle discipline di indirizzo aumenterà con particolare riferimento a quelle di laboratorio (sala e cucina). L’orario interno, come sempre, è concordato con l’Area educativa e sarà definito tenendo conto delle altre attività nelle quali le donne sono coinvolte. 


D. Quali sono le prospettive di chi riuscirà a completare il percorso formativo?
R. In collaborazione con la Direzione del carcere stiamo valutando la possibilità di organizzare, più avanti nel tempo, momenti di apertura all’esterno con alcuni eventi culinari. So che in molti altri istituti penitenziari italiani sono state realizzate esperienze simili e che hanno avuto un buon riscontro. L’obiettivo è di sostenere la motivazione delle studentesse dando loro l’occasione di mettersi subito alla prova. Non sarà facile ma ci tengo in modo particolare perché per chi deve scontare lunghi periodi di detenzione o per chi ha abbandonato la scuola e si trova in carcere, studiare per avere un titolo di studio sembra un obiettivo irraggiungibile. In realtà, è l’unica strada per riscattarsi e per avere uno strumento per il futuro.


D. I professori che insegnano in carcere devono avere requisiti specifici per svolgere il proprio lavoro?
R. No, l’organico dei docenti che è stato assegnato al nostro istituto per la sezione carceraria corrisponde a un numero. Le persone che poi coprono realmente le ore di cattedra provengono dalle graduatorie comuni. In alcuni casi si tratterà di supplenti temporanei e in altri di colleghi che hanno una parte del loro orario in carcere e un’altra fuori. La formazione avviene prevalentemente sul campo anche se sarebbe opportuno che ci fossero percorsi formativi mirati a sviluppare competenze didattiche e metodologiche adeguate. Tra le difficoltà maggiori di chi insegna in carcere, c’è quella di conoscere un contesto con regole, tempi, linguaggi specifici e modalità relazionali uniche nel suo genere.

 

di Ada Maurizio 
Dirigente del CPIA 3 di ROMA, Ambasciatrice EPALE

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Immagine di copertina tratta dal sito dell'I.P.S.S.E.O.A. Amerigo Vespucci di Roma

https://www.amerigovespucci.edu.it/

 

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