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Dalla Luna alla Terra, viaggio tra il mondo carcerario e la realtà esterna

Riflessioni sulla finalità rieducativa della pena alla luce dell’incontro "Un caffè con Pino Medile e Maria Teresa Caccavale"

“Il nostro mondo non è capace di guardarsi dentro, ma solo di pensare a come esistere oggi, dove la legge della bellezza effimera è l’unica protagonista e dove un’opera d’arte come un essere umano può essere accantonata strappandole anche il gusto di ascoltare il suo nome”

(Aniello Intartaglia, fotografo, riflessioni in occasione della mostra “Diffidenza” interamente dedicata al tema del carcere, realizzata sulle rovine del carcere di Procida).

La citazione, tratta da una riflessione di Aniello Intraglia, fotografo, che ha raccontato attraverso le immagini il disorientamento dell’uomo davanti alla realtà carceraria, mi fa pensare al caffè virtuale preso con Giuseppe Medile, detto Pino, detenuto presso Rebibbia, attualmente in detenzione domiciliare in quanto considerato un soggetto a rischio nell’emergenza covid-19.

Diffidenza, smarrimento, rimozione. I detenuti, simboli viventi di problematiche sociali, si ritrovano a vivere insieme in carceri costruite ai confini della città, persone emarginate da un sistema sociale che tende a promuovere la criminalità per poi nascondere il problema. 

Il 16 luglio in “Un caffè con … Erasmus e dintorniGiuseppe Medile si è reso disponibile a fare un’intervista e a parlare di sé insieme con Maria Teresa Caccavale, la docente che fin da subito ha notato in lui un’attitudine al dialogo, alla scrittura e quindi allo studio e che lo ha coinvolto in numerosi progetti di scrittura a partire da un manoscritto autobiografico che Pino scrive a Rebibbia, dove sconta una lunga pena, e nel quale racconta la sua escalation nel mondo della malavita, la latitanza in Brasile, l’atroce realtà delle carceri sudamericane. Grazie all’impegno di Maria Teresa e delle docenti Cecilia Bernabei e Adele Costanzo, il libro è stato pubblicato con il titolo “I giocattoli di Dio” dalla casa editrice Chi Più Ne Art. 

Durante la sua detenzione Pino scopre il valore della cultura, studia, consegue il diploma Tecnico e si iscrive alla facoltà di Psicologia, ma soprattutto continua a dedicarsi alla scrittura, infatti è autore anche di numerose poesie e di alcuni dei testi narrativi raccolti nell’antologia “Lenta cavalca nel tempo la prossima ora”, opera dei detenuti che frequentano la scuola della sezione carceraria di Rebibbia.

Pino ha la capacità di mettersi in gioco racconta Maria Teresa e Pino infatti si mette subito in gioco anche durante l’intervista, parla senza filtri e si racconta come se fosse veramente davanti ad un caffè con quattro amici, così l’atmosfera si riempie subito di semplicità e spontaneità e ci dimentichiamo di essere a distanza. Del resto prima dell’intervista ci ha raccontato che la tecnologia in carcere è estremamente limitata, il divario digitale enorme, e adesso non gli sembra possibile essere in diretta con uno smartphone! 

Gli chiediamo se sente la responsabilità di essere un role model, ovvero un esempio positivo per altre persone che come lui si trovano in regime detentivo e che possono, seguendo il suo esempio, decidere di seguire la scuola in carcere, risponde con un messaggio ai giovani, anche se non ha fiducia di essere ascoltato: Sono nato in una borgata, c’era povertà in casa mia e nel rione nel quale abitavo, non ho potuto studiare e la strada mi ha portato in carcere varie volte, […] poi ho conosciuto Teresa e mi sono segnato a scuola, ma inizialmente era per passare il tempo, perché passavo il tempo a giocare a carte, ma poi mi sono accorto che mi piaceva studiare ed ero anche incentivato dai professori che mi dicevano che avevo delle qualità […] Se la cultura l’avessi conosciuta in tempi remoti forse avrei preso altre direttive. Purtroppo, quando entri una volta e una seconda volta in carcere, poi non hai più possibilità di riemergere nella società. […] Ora voglio dire ai giovani che non sono nessuno, sono un fallito, non fate come me perché se nella vita risolvi i tuoi problemi con il crimine non c’è nulla da fare, finisci in carcere e tutto quello che hai fatto ti viene gettato addosso come il fango

La sua storia ci ricorda che in carcere non devono venire meno i diritti costituzionali e l’articolo 27 della nostra Costituzione dice che la detenzione deve tendere alla rieducazione del condannato. La persona, sebbene con tutte le limitazioni imposte dal carcere, deve essere responsabile della propria giornata, mentre, ci ricorda Maria Teresa Caccavale, l’insieme di regole dettagliate e ferree che scandiscono la vita e le attività dei reclusi, portano il soggetto a sentirsi non un adulto quale è, ma un bambino soggetto a premi o sanzioni a seconda del rispetto o della disobbedienza alle regole poste.

Pino Medile in carcere usa la scrittura per manifestare liberamente il proprio pensiero, ma anche per dare un senso al tempo della detenzione. Sul tema interviene così Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, durante il convegno “La scuola dell'inclusione non ha confini. L'istruzione per adulti e la scuola in carcere, risorse da valorizzare nel quadro europeo”, organizzato dal CeSPI il 19 dicembre 2019 presso la Biblioteca del Senato di Roma: Dobbiamo ricostruire la modalità per dare senso a quel tempo, altrimenti anche i corsi di istruzione diventano dei riempitivi. La questione della significatività del tempo si pone oggi molto più forte che in passato, in quanto un anno di sottrazione di tempo oggi contiene un’esperienza vitale enorme. Il tempo carcerario deve essere accelerato altrimenti queste persone non sono reinseribili perché il punto base è la comprensione del presente. Il presente ha delle sue forme, dei suoi strumenti e noi dobbiamo rendere l’individuo in grado di comprendere il presente, perché un individuo che non è in grado di comprendere il presente non è in grado di inserirsi in esso e quindi è destinato alla serialità dei suoi ritorni all’interno del carcere

Pino conferma e racconta che il tempo in carcere cammina diversamente dal tempo esterno. In questo periodo di arresti domiciliari può uscire per due ore al giorno, ma il tempo all’esterno scorre così veloce che sente di non fare in tempo ad uscire, che già deve rientrare a casa. Dice: Lo studio aiuta perché non pensi che sei in carcere, ma quando finiscono gli studi allora è un dramma, perché finisce anche il rapporto con i docenti, i docenti che spesso ti ascoltano anche dopo le lezioni, gli confidi le tue pene, a volte assorbono la tua sofferenza e quando vanno via ti ritrovi solo, devi tornare in cella, è come se tu non avessi più famiglia, la scuola è la famiglia

La scuola è fatta di relazioni, La scuola, luogo di maggiore respiro del pensiero e di relazioni più aperte ed umane, è anche il luogo nel quale la sofferenza può emergere con più evidenza, trovando le sue parole e immagini, trovando modo di prendere figura e rappresentazione nelle figure e nelle rappresentazioni della cultura, della scienza e dell’arte in Imparare dentro. La scuola in carcere a cura di A. Arizza, C. Cosenza e A. La Fortuna, Quadernispiegazzati del Centro Ricerca, Sperimentazione e Sviluppo della Lombardia.

Significativo e centrale è dunque il ruolo del docente, come spiega Maria Teresa: È un rapporto importante. il docente è qualcuno che viene da fuori, che non viene percepito dai detenuti come parte del sistema carcere. È una persona che non li giudica che non porta con sé i pregiudizi della società. Si crea un rapporto di fiducia e il docente in carcere sente questa responsabilità […] il docente spesso va oltre il proprio ruolo perché un percorso rieducativo deve comprendere tutti gli attori coinvolti, il docente, l’educatore, lo psicologo, questo è fondamentale affinché il percorso di rieducazione sia proficuo

Il docente è un ponte di comunicazione con il mondo esterno, un mondo percepito lontano e nel quale il soggetto recluso, qualora venisse scarcerato e ritornasse a far parte della vita civile quotidiana, non è detto che riesca a ricostruirsi un ruolo proprio a causa di quella frattura enorme che divide la realtà esterna dal pianeta carcere, come spesso si sente dire. Le parole di Pino sono, ancora una volta, chiarificatrici: è un’altra dimensione, come se sei sulla luna e poi, se esci dal carcere, torni sulla terra. Sulla luna hai le tue abitudini per sopravvivere, sulla terra tutto ciò che hai cercato di costruire in anni di detenzione non conta niente, non conti niente, nessuno sa chi sei e se lo sanno ti mettono da parte

Le sfide della scuola in carcere sono numerose, come affrontarle? Credo che parlare, saper ascoltare e fare tesoro delle storie altrui, possa essere un buon punto di partenza, come dimostrano le tante e varie storie dei Role models Erasmus+. Senza dimenticare il tema della responsabilità del soggetto recluso verso gli offesi, i danneggiati, i feriti, compito questo di un modello diverso di giustizia che vede ancora una volta nel legame con la società una possibile chiave di svolta.

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di Martina Blasi

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