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Dai Caffé Letterari ai Fablab: i luoghi dove nascono le idee

I “Fablab”, ovvero i Laboratori di Fabbricazione Digitale, hanno riscosso un enorme successo dalla loro prima comparsa all’interno del MIT nel 2001 e si sono diffusi globalmente, assumendo un ruolo centrale nel mondo dell’innovazione tecnologica. Ogni processo di innovazione non è un avvenimento brusco e improvviso: esso è il risultato dell’incontro e dello scambio di idee ed esperienze.In questo senso i fablab possono essere considerati un po’ i “caffè letterari contemporanei”.Sentirsi e riconoscersi come parte di un sistema complesso è il primo passo per la creazione di una “società sostenibile”. La grande forza dei fablab non sta solo nell’innovazione tecnologica, bensì nel fatto che ognuno di noi può essere parte attiva in questo processo di sviluppo.

Mercoledì 8 Luglio 2015, presso la sede nazionale di INDIRE a Firenze si è tenuto il seminario tematico EPALE dal titolo “ L’innovazione condivisa: l’esperienza dei FabLab e dell’alfabetizzazione digitale”.  Grande affluenza e partecipazione attorno ad una tematica nuova e tutta da scoprire. Riportiamo qui un articolo di Alessandra Fasoli pubblicato sul sito di Fablab Roma Makers, una delle organizzazioni protagoniste del seminario a Firenze.

 

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È stato lanciato da poco più di una settimana il progetto FabLab Lazio, che prevede la diffusione sul territorio regionale di una rete di laboratori di fabbricazione digitale. Attualmente tre sono i fablab ufficialmente aperti e attivi: Roma, Bracciano e Viterbo, mentre a breve è prevista l’apertura di altre strutture in diversi punti strategici della regione.

I “Fablab”, ovvero i Laboratori di Fabbricazione Digitale, hanno riscosso un enorme successo dalla loro prima comparsa all’interno del MIT nel 2001 e si sono diffusi globalmente, assumendo un ruolo centrale nel mondo dell’innovazione tecnologica. La loro presenza territoriale è così forte che nel 2012 ha dato vita al progetto “Fab Lab City”, promosso dal Fab Lab Barcelona,  che ha l’obiettivo di trasformare la capitale catalana in una rete interconnessa di fablab diffusi per ogni quartiere della città. Oltreoceano, nel 2014, un progetto molto ambizioso lanciato dalla rete dei fablab di Lima e portato avanti in collaborazione con diversi laboratori americani, europei e australiani, prevede la realizzazione di un “Floating Fab Lab”, ossia un fablab in grado di navigare lungo il Rio delle Amazzoni per permettere l’accesso alle tecnologie di nuova generazione anche a quelle comunità che vivono ai margini delle grandi città che si sviluppano lungo il bacino amazzonico.

In questo clima di fermento ed entusiasmo, verrebbe però da chiedersi se effettivamente la diffusione di questi laboratori sia necessaria e se realmente apporti un valore aggiunto alla nostra qualità di vita. In altre parole, abbiamo bisogno di tutti questi fablab?

I “LUOGHI” DELLE IDEE

I grandi cambiamenti del rapporto uomo e ambiente sono stati determinati dalle scoperte tecnologiche. Dalla scoperta dell’agricoltura alla rivoluzione industriale del secolo scorso, le innovazioni tecnologiche sono sempre state il fattore determinante per le grandi rivoluzioni dei modelli di società e definiscono il modo di relazionarsi degli individui con gli altri e con l’ambiente che li circonda. A sua volta, il processo di innovazione non è un avvenimento brusco e improvviso: esso è il risultato dell’incontro e dello scambio di idee ed esperienze. Come ricorda Steven Johnson nel suo libro Dove nascono le grandi idee. Storia naturale dell’innovazioneesistono dei “luoghi” che hanno la funzione di “incubatori” di pensieri e informazioni da cui nascono le “grandi idee”, siano essi i salotti o i caffè letterari del passato o il mondo di Internet.

In questo senso i fablab possono essere considerati un po’ i “caffè letterari contemporanei”, ma con una spinta in più: la possibilità di testare (prototipazione rapida) queste nuove idee attraverso l’impiego di tecnologie avanzate di fabbricazione.

FABLAB DIFFUSI E IL TERRITORIO

Torniamo all’inizio: cos’hanno in comune il Lazio, Barcellona e il Rio delle Amazzoni?

Apparentemente, nulla: sono diversi tanto per dimensioni quanto per ecosistemi, per non parlare delle enormi differenze culturali. A prima vista appare piuttosto curioso che in territori così diversi tra loro si sia proposta una strategia d’intervento simile e basata sulla diffusione di fablab locali. Ma se si prova ad affrontare il caso da un punto di vista infrastrutturale, ci si rende presto conto che la scelta appare piuttosto sensata: nella struttura di questi progetti, i fablab sono i nodi di scambio, le tecnologie di comunicazione le strade, e le idee, le esperienze e le informazioni rappresentano i mezzi che viaggiano in questa rete. Tutti e tre i progetti fanno riferimento a sistemi di mobilità, e in tutti e tre si evince una volontà intrinseca di ridurre il trasporto di persone e prodotti a favore del trasporto di dati, mentre vengono rafforzati i rapporti di vicinanza; il che in termini di pianificazione territoriale sostenibile, ha una serie di benefici immediati piuttosto evidenti: un minor consumo di suolo, la necessità di costruire meno edifici e infrastrutture di collegamento, la riduzione dei consumi di combustibili fossili usati nei sistemi di trasporto e mobilità.

GLI SPAZI DELL’ECONOMIA

I fablab rappresentano la risposta al quel vuoto creato tra utente e prodotto dovuto alle economie di scala e alla standardizzazione dei beni. In questi laboratori ogni individuo ha accesso a tecnologie di fabbricazione avanzate con cui poter realizzare la propria idea, risolvere problemi progettuali e esecutivi attraverso l’intercambio di conoscenze provenienti da tutto il mondo e al contempo avvalersi della presenza costante di professionisti altamente formati in grado di fornire un aiuto pratico ed immediato. In termini di attivazione e aumento delle economie locali, che il know how di una determinata comunità possa trarre vantaggio dalla vita di questi laboratori, anche se non immediato, è piuttosto plausibile. Come ogni altra attività umana, anche l’economia ha bisogno di uno spazio in cui svilupparsi. La città contemporanea è il risultato della rivoluzione industriale di fine Ottocento, e ne rispecchia il carattere dualistico utente/prodotto: essa non è sufficiente a sé stessa, ma vive del consumo costante di risorse provenienti dall’esterno. Se i fablab sono luoghi in cui l’incontro tra il sapere tradizionale e le nuove tecnologie dà vita a un nuovo processo produttivo più consapevole ed efficiente, viene piuttosto facile pensare che anche le economie che ne scaturiscono siano a loro volta innovative e in linea con i principi della sostenibilità, e per svilupparsi e crescere avranno bisogno di luoghi che rispondano agli stessi principi.

FABLAB E PIANIFICAZIONE TERRITORIALE: GLI “SPAZI CHE GENERANO SPAZI”

Riprendendo il parallelo tra la città contemporanea e il sistema economico, quella stessa dualità utente/prodotto si ritrova anche nella progettazione territoriale, urbanistica e architettonica: in questo caso l’abitante è l’”utente” e il “prodotto finito” è la costruzione ultimata. Il ruolo che generalmente l’”utente” ha nella progettazione e realizzazione dello spazio in cui poi dovrà abitare è praticamente nullo (o quasi). Questo crea generalmente un senso di estraniamento nell’abitante, che non identificandosi nell’ambiente in cui vive tende sempre più a prestare meno attenzione nella cura degli spazi e ad isolarsi rispetto alla propria comunità.

Un habitat sostenibile è un ambiente in grado di rispondere alle necessità della propria comunità in modo efficiente, economicamente accessibile e nel pieno rispetto dell’ecosistema di cui è parte integrante. Se il punto di partenza per lo sviluppo di un habitat sostenibile deve essere creare le condizioni spaziali in cui si possono attivare una serie di economie locali dinamiche inserite in una rete globale di scambio, allora i fablab potrebbero rivelarsi uno strumento urbanistico chiave per mettere in relazione tra loro tutte quelle figure che concorrono alla progettazione di uno spazio, e divenire così il mezzo attraverso il quale si viene a definire un nuovo modello progettuale, che passa dall’essere un sistema lineare del tipo committente-progettista-utente a un sistema reticolare di attori che concorrono alla definizione del progetto e alla sua realizzazione. In un approccio di questo tipo si viene dunque a creare una nuova definizione dello spazio, in cui l’importanza non è data tanto dal tipo di costruzione che verrà effettuata, quanto dalla capacità di questo spazio di sapersi rigenerare nelle fasi di cambiamento della società.

 “QUALSIASI COSA TU DECIDA DI FARE, NON FARLA DA SOLO”

John Thackara, nel suo libro In the bubble. Design per un futuro sostenibile (da cui viene anche il titolo di questo paragrafo conclusivo), in un’analisi delle architetture e in generale degli ambienti in cui viviamo, arriva a questa definizione:

“Uno spazio significativo e attraente è costituito principalmente dalla compresenza di esseri umani nel tempo e dall’emergere di un significato condiviso nelle attività che svolgono interagendo gli uni con gli altri”

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Stando ai ragionamenti portati avanti fino adesso, quello che succede nei fablab è esattamente quanto descritto da Thackara. Ecco perché in fondo ci piacciono tanto. E soprattutto questo spiega perché anche in contesti sociali molto diversi tra loro si sente la necessità di avviare dei progetti di sviluppo basati sulla diffusione territoriale di questi laboratori.

Sentirsi e riconoscersi come parte di un sistema complesso è il primo passo per la creazione di una “società sostenibile”. La grande forza dei fablab non sta solo nell’innovazione tecnologica, bensì nel fatto che ognuno di noi può essere parte attiva in questo processo di sviluppo, e contribuire con il proprio operato a generare una società che sia parte integrante dell’ecosistema ambiente, che sappia sfruttarne intelligentemente le risorse e che sappia trarre vantaggio dalle differenze culturali per risolvere le proprie necessità locali.

 

 

 

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Alessandra Fasoli

Architetto e designer. Vive e lavora a Roma, dove si occupa soprattutto di progetti in ambito di comunicazione grafica e visuale. Viaggiatrice compulsiva, ha vissuto in diversi paesi tra cui Francia, Germania e Perù, in cui ha svolto studi e maturato esperienze professionali quali la docenza e il lavoro con le comunità locali. Nel 2009 ha fondato l'associazione AK0 - architettura a kilometro zero, di cui attualmente è vicepresidente. Da novembre 2014 ha cominciato a collaborare con il Fablab Roma Makers, in cui svolge attività di docenza sulla modellazione 3D e ricerca sulla relazione tra le nuove tecnologie e il territorio.

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