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«Cooking is sharing culture». Il progetto «Lilac» Erasmus +, attivato dal Cpia di Ravenna in mobilità su Bologna.

22/11/2017
di Elena Bellinetti
Lingua: IT

Può la cucina essere ponte e punto di contatto fra diverse culture? Ebbene a Bologna può!

Il progetto Lilac – Progetto Erasmus+ attivato dal Cpia di Ravenna nel 2016 - nelle sue ardite e ben congegnate giornate bolognesi, organizzate dall’Alma Mater a cura della docente universitaria Rosa Pugliese e della Dott.ssa Claudia Borghetti, ci ha mostrato che la cucina è un luogo conviviale e che il gesto di cucinare assieme può avvicinare idealmente anche culture molto distanti, creando un clima naturalmente collaborativo e trasmettendo un sapere che si tramanda di generazione in generazione come patrimonio vivente e nutritivo, sostanza che radica nel territorio e dunque esperienza autentica per chi ne viene coinvolto. Un bagaglio virtuale che i nostri ospiti potranno poi riprodurre e reinventare nei loro luoghi domestici: un vero dono con il quale tornare più ricchi per l’esperienza fatta e più vicini - attraverso una memoria anche sensoriale, al nostro paese.

La scuola «Bologna cucina», situata nella storica via del pratello, ci ha ospitati e messi alla prova - con tanto di cappello da chef e grembiule, facendoci cimentare nella preparazione di piatti «poveri» della tradizione italiana. I risultati sono stati eccellenti e banchettare con quanto preparato dalle nostre stesse mani è stata una di quelle soddisfazioni che crea davvero coesione in un gruppo, anche in uno davvero eterogeneo come il nostro, che vantava la presenza di persone provenienti da paesi così diversi (Croazia, Italia, Repubblica Ceca, Turchia).

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Le vivaci giornate bolognesi, tenutesi dal 2 al 6 Ottobre scorso, si sono rivelate ricche di spunti originali per la condivisione delle buone pratiche; merito di un’organizzazione che ha saputo tenere insieme tutto il percorso attraverso il fil rouge di una riflessione metodologica condivisa e partecipata - e di una città magica come Bologna che da sempre si presta a creare il clima giusto di distensione e di ascolto reciproco.

A partire dall’accoglienza, dove attraverso un gioco «rompi-ghiaccio» ci si è interrogati sugli stereotipi con i quali guardiamo ai paesi vicini e lontani della nostra Europa, per continuare con un vero esperimento (a sorpresa) d’insegnamento dell’italiano al di fuori dei contesti formali, insegnamento «fuori aula» per così dire - rivelatosi molto efficace e che ha visto protagonisti tutti i partner coinvolti. 

A questi momenti ‘informali’ che servono come dicevo a creare il clima giusto e una reale vicinanza, si è alternata una parte più laboratoriale preparata e agita dai giovani studenti universitari Arianna Welisch e Giulio Asta, interamente dedicata alle riflessioni metodologiche e a quanto ciascuno mette in atto per risolvere i problemi che si presentano nel nostro lavoro quotidiano.

Un laboratorio al quale ho potuto partecipare di persona era dedicato al valore dei cosiddetti «tempi morti» delle lezioni; quei tempi di pausa che vengono naturalmente a crearsi per permettere un attimo di distensione e rendere più efficace la fase di concentrazione. Il titolo provocatorio del seminario che chiedeva appunto, sin dal principio, la partecipazione attiva di tutti gli attori coinvolti era « Wasting time in class»: il nome è stato scelto proprio per sollecitare le nostre reazioni a caldo rispetto alla tematica proposta. Anche in questo caso il confronto è sfociato su di una panoramica più ampia che virava dall’autoconsapevolezza che possono avere i docenti dei loro mezzi comunicativi, del modo volontario o involontario attraverso il quale comunichiamo: la prossemica, l’uso degli spazi e dei tempi, il tono della voce, le strategie d’attivazione e coinvolgimento degli studenti, fino alla gestione e organizzazione dei tempi della lezione, le modalità di verifica e l’impiego del tempo rispetto ad esse. La parte più interessante è stata, a mio avviso, quella di poter avere l’opinione diretta e molto accurata degli studenti presenti, provenienti dai diversi istituti coinvolti, che hanno fatto osservazioni davvero pertinenti e utili.

Questo «workshop» si è svolto all’interno di un contesto molto particolare, una visita guidata all’interno della Fondazione Aldini Valeriani, istituto che presenta per molti aspetti una grande vicinanza con alcune delle realtà didattiche dei nostri partner, e con il mondo stesso dei CPIA che si trovano confrontati nella didattica del secondo livello con studenti che intraprendono un percorso d’istruzione professionale. Anche in questo caso l’osservazione diretta all’interno delle classi, e la presentazione dell’organizzazione dell’istituto con le sue particolarità - anche in termini di didattica e di strategie messe in campo contro la dispersione scolastica, ha rappresentato una sorta di breve, ma decisamente utile, momento di jobshadowing, avvicinando così su di un nuovo piano di confronto tutti i partecipanti. Inutile ribadire il valore intrinseco di questi confronti e la grande oppurtunità che essi rappresentano in termini di scambio d’idee e di ampliamento della visuale didattica, ma soprattutto umana. La prossima mobilità del progetto vedrà come paese ospitante la Turchia, un paese vicino e lontano, ponte fra oriente e occidente e noi siamo davvero curiosi di vedere cosa ci riserverà anche questo nuovo incontro.

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