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Agire il femminile attraverso il teatro

Natasha Czertok racconta i risultati del partenariato Erasmus+ “Women Performing Europe" ripercorrendo la storia del Teatro Nucleo di Ferrara

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Martina Blasi

Women performing Europe.

AGIRE IL FEMMINILE ATTRAVERSO IL TEATRO
Women Performing Europe

Introduzione

Il partenariato europeo Erasmus+ “Women Performing Europe - Magdalena Across Borders” ha visto il coinvolgimento di  quattro organizzazioni: Protagon - Freunde und Förderer Freier Theateraktion e.V. dalla Germania, Nordisk Teaterlaboratorium/Odin Teatret dalla Danimarca, Teatro Nucleo dall'Italia e Stowarzyszenie Grupa Artystyczna Teraz Poliz dalla Polonia, con diverse competenze nell'educazione civica degli adulti, impegnate nell'emancipazione delle persone svantaggiate.

Il progetto, della durata di tre anni (2020-21-22) mirava a sostenere a livello internazionale lo sviluppo di nuove attività pedagogiche e strategie per le artiste in un’ottica di maggior preparazione, formazione ed empowerment per entrare nel mercato creativo ed incoraggiare le donne a prendere posizione di fronte ai conflitti sociali, ai nazionalismi estremisti, alle pandemie, alla discriminazione e al razzismo.

Il primo LTT Learning Teaching Training Activity "Lavoro artistico femminile e migrazione" si è svolto a Francoforte nel settembre 2020 durante l'International Womyn Theatre Festival (IFTF), diretto da Barbara Luci Carvalho. Lə  partecipanti si sono incontratə  nell'ambito di un workshop di cinque giorni e si sono riunitə  nel simposio dedicato al progetto. Natasha Czertok del Teatro Nucleo, Julia Varley del Nordisk Teaterlaboratorium e Teraz Poliz hanno presentato il loro lavoro. Il secondo incontro (Learning Attività Formativa Didattica) - "Significato della maternità nel lavoro artistico" si è svolto a Ferrara nel settembre 2021, nell'ambito del Festival Totem Scene Urbane. Le attività consistevano in corsi di formazione teatrale, incontri, un Simposio intitolato “Donne di teatro in Europa” e la presentazione di studi performativi. Al simposio hanno partecipato anche le artiste del progetto “MadrInscena” Progetto di residenze artistiche a cura di Teatro Nucleo dedicato ad artiste madri

Il secondo LTT  "THE ROOTS", con il tema "Her stories and She-directors", ha riunito lə  participanti nella capitale della Polonia per offrire un workshop di 5 giorni alla cittadinanza oltre a dimostrazioni di lavoro e un simposio. Teraz Poliz ha organizzato  l'evento e ospitato lə  partner per una settimana di laboratorio e pratiche creative .

Origini

Il nostro interesse come Teatro Nucleo in questo ambito viene da lontano , a partire dal meeting internazionale “Donne del Teatro di Gruppo” organizzato da Cora Herrendorf nel 1980 a Ferrara , al quale furono presenti - tra le altre - le donne del Living Theater (transessuali comprese, in un’epoca in cui il termine “transgender” non era molto in voga). 

Dietro a ciascuno di questi progetti ci sono state e ci sono riflessioni profonde sugli obiettivi e le motivazioni, legati anche alla natura tutta particolare della compagnia.

Teatro Nucleo è stato fondato nel 1974 a Buenos Aires (Argentina) da Cora Herrendorf e Horacio Czertok, con il primo nome di Comuna Nucleo e stabilitosi definitivamente a Ferrara nel 1978, per diventare cooperativa nel 1980. Cinquanta anni di storia tutti attraversati da una forte componente femminile , non tanto o solo per quanto riguarda le “quote rosa” all’interno del gruppo , ma soprattutto per lo sguardo o “L’intenzione” per usare un termine teatrale.

L’arrivo a Ferrara avvenne nell’ambito della grande rivoluzione che fu Psichiatria Democratica, movimento che portò alla Legge 180 per la chiusura dei manicomi. La felice intuizione di Franco Basaglia fu di affidare ad un artistə  il compito di creare un canale di comunicazione tra il “dentro” e il “fuori”, non far “uscire” i degenti subito, ma creare un terreno di scambio, di comunicazione col “fuori” attraverso l’arte. Nasceva così una riforma epocale, un modello che è stato fonte di ispirazione in molti paesi del mondo.

Antonio Slavich era il direttore del manicomio di Ferrara in quegli anni, e conobbe Horacio e Cora al festival di Psichiatria Democratica a Nuoro, nel 1977. Aveva deciso di cominciare a fare “animazione teatrale “ nei reparti, un lavoro che Horacio e Cora già avevano iniziato a fare in Argentina da diversi anni in svariate situazioni, con utenti psichiatrici e in altri ambiti di disagio sociale e psichico. 

Cora e Horacio si erano conosciuti alla Comuna Baires, comune teatrale attiva negli anni Settanta nella capitale argentina e che faceva un intenso lavoro di promozione culturale attraverso spettacoli, seminari, diffusione di riviste dedicate al teatro politico. Con le prime tournée in Europa ebbero modo di far conoscere il loro lavoro anche in Italia, in particolare con lo spettacolo Herodes che rappresentava in maniera molto esplicita le torture che subivano i militanti politici e anche persone totalmente estranee alla politica.

Nel 1978, su minaccia della giunta militare, furono infine costretti a lasciare l’Argentina e decisero di approdare in Italia, accogliendo l’invito di Antonio Slavich. A Ferrara iniziava così a crearsi un’isola di libertà all’interno di quella istituzione totale , un luogo di sofferenza nel cuore di una cittadina di provincia che diventava luogo di sperimentazione artistica , nonché sperimentazione di integrazione sociale : i matti non erano più legati ai letti ma potevano sedersi in cerchio con infermierə  e artistə , giocare al teatro, dipingere, uscire ! 

È difficile immaginare cosa fu quell’esperienza, e allo stesso modo riesce difficile immaginare come furono i primi anni di laboratorio teatrale nel carcere di Ferrara, dove oggi esiste un progetto consolidato, sostenuto e tutelato dalle istituzioni e dall’amministrazione penitenziaria, ma che all’inizio fu molto osteggiato perché metteva in discussione il sistema , semplicemente dando voce e corpo a persone detenute .

Dare voce, dare corpo , muovendosi sempre sul filo sottile tra attivismo e impresa teatrale, cercando da subito di fare della propria arte, fortemente connessa all’impegno politico, un lavoro “vero”.

Nacque prima una associazione e nel 1980 decisero di diventare cooperativa soprattutto per potersi rapportare in maniera più definita con le istituzioni.

Io, che sono arrivata a lavorare al Nucleo nel 1999-2000, ho trovato già una struttura molto consolidata, siamo società cooperativa a mutualità prevalente, una struttura che favorisce una dimensione non gerarchica all'interno della compagnia, una pluralità di voci e una valorizzazione delle competenze.

Oggi

La presenza femminile anche in ruoli di leadership e di regia all'interno del Teatro Nucleo caratterizza sicuramente la modalità di lavoro.

Non so se definire la cura qualcosa che appartiene in particolare al femminile, sicuramente c'è un punto di vista più attento alle dinamiche di relazione e alle potenzialità dell’energia creativa femminile.

Che cos’è  questo “sguardo al femminile”?  credo sia qualche cosa  che si sta definendo , e che necessita di approfondimenti. Chi lavora in ambito artistico ha una grande responsabilità in questo senso , se intendiamo l’esperienza artistica come parte della vita e in continuità con il quotidiano , non separato , per dirla con John Dewey. In quanto attrice e regista , tento di dare il mio contributo attraverso il mio lavoro, e così ha iniziato a prendere forma il mio primo assolo, uno spettacolo di teatrodanza sugli stereotipi di genere nato, è proprio il caso di dirlo, in seno al progetto “Women Performing Europe” . 

Eravamo in pieno lockdown quando il progetto iniziava a prendere forma , e riflettevamo , in lunghe videoconferenze , sulle reali possibilità di portare a termine il progetto nonostante le difficoltà di viaggiare , avere contatti fisici, respirare la stessa aria . Leggevo, scrivevo, ma mi mancava qualcosa. Ho sentito la necessità di elaborare tutte queste informazioni con un linguaggio che mi fosse più vicino, e deciso di portare queste riflessioni in una nuova ricerca teatrale. 

Senza sapere ancora dove sarei andata a parare, sono partita dal corpo . Avevo già alcuni elementi in testa. La maschera di tigre, le scatole, la voglia di giocare , prendermi in giro sulla scena, scansare il vittimismo . Ma mi servivano più voci, più elementi. Ho scritto una lettera ad amicə  e collegə , persone diverse per età, sesso, appartenenza etnica e sociale e ho iniziato una ricerca coreografica “sul campo” , filtrando attraverso il mio studio sul movimento le immagini che hanno iniziato ad arrivare nelle forme più diverse : autoritratti , immagini trovate sul web, dipinti, poesie, canzoni.

Una sorta di laboratorio virtuale attraverso il quale intendevo ricavare uno spettro più ampio sui temi al centro dell’indagine. Non volevo concentrarmi tanto o solo sul concetto di “femminile” o di donna in quanto essere sessuato, quanto piuttosto indagare sugli stereotipi in cui ci riconosciamo / che rifiutiamo /in cui ci sentiamo costretti. 

La “messa in forma” del mondo che l’essere umano mette in campo per essere efficace nel suo tendere all'universalità si serve, obbligatoriamente, di una modalità simbolica , ed è a questi simboli che ho fatto riferimento nella performance Private Bestiary (Il titolo definitivo dello spettacolo è diventato poi “Kashimashi”).

Le risposte alla mia lettera sono state molte e diverse. Frettolose, profonde, precise, dubbiose, critiche, divertite, inaspettate. Un vortice di immagini di forme e natura diversa. Ho sentito nella maggior parte delle persone a cui ho inviato la mia richiesta un deciso impegno, una spinta a mettersi in gioco, desiderio di esserci. Mi ha molto toccata il contributo di un amico omosessuale che mi ha inviato alcune immagini delle proteste di Stonewall nel 1969 che hanno portato al primo Gay Pride, ad esempio. a lui è dedicata la canzone di Anthony and the Johnsons “You are my sister” che accompagna una delle ultime scene della performance. 

Mi è apparsa chiaramente l’immagine di un femminile la cui sostanza è fatta di ascolto, di percezione della Vita nella sua interezza: seguire l’intuito, i piccoli segnali quotidiani, il caso. Con una buona dose di autoironia , indispensabile quando si approccia un lavoro sugli stereotipi.

Ho iniziato a tenere un diario e ad appuntarmi le immagini che mi apparivano davanti agli occhi senza essere chiamate, trascrivere testi dai libri che mi capitavano tra le mani, e creare collegamenti tra i contributi giunti in risposta alla mia lettera. 

I collegamenti e le immagini sono diventate gesti e segni che ho iniziato a mettere a sistema in una coreografia, e in parallelo è nata la ricerca delle musiche . presto mi sono imbattuta negli ambienti sonori creati da Vincenzo Scorza, attento “scultore di suoni” che sa introdurre nei suoi pattern elementi anche molto diversi tra loro, talvolta discordanti, con risultati strani e raffinati che mi sono sembrati calzare perfettamente con le azioni che si andavano delineando e gli ho chiesto di inserire in una delle tracce alcuni contributi audio, così come mi erano stati inviati. 

Dopo alcuni tentativi abbiamo optato per tenere solo alcuni elementi, come segmenti, frammenti di un discorso, che creassero appunto un ambiente più che un insieme di testi, e ho aggiunto alcuni contributi in inglese dato che una delle date di presentazione dello studio era prevista in Germania. Abbiamo chiuso la prima stesura in prossimità della prima presentazione dello studio che ha avuto luogo il 13 settembre 2020 (al festival Altre Visioni di Coltano in provincia di Pisa) . 

Qualche settimana più tardi eravamo a Francoforte, dove ho presentato il solo all’ International Womyn Theatre Festival (IFTF), diretto da Barbara Luci Carvalho, nell’ambito del progetto . Al mio arrivo a Francoforte insieme alle mie figlie , al mio compagno e a Veronica Ragusa, collega attrice , una delle prime persone che ho incontrato è stata Julia Varley, tra le fondatrici del Magdalena Project  negli anni 80, un movimento nato per supportare le donne e i loro progetti in ambito teatrale, e che avevo conosciuto molti anni prima accompagnando Cora Herrendorf,  mia madre, quando prese parte ad uno dei primi meeting di questa rete.

Essere lì sotto la pioggerella tedesca ad un festival pensato dalle donne per le donne, con il mio primo solo , dopo vent’anni di lavoro in gruppo, accompagnata dalle mie figlie. Poter mostrare il mio lavoro a donne di generazioni diverse e avere la possibilità di dialogare con loro sul senso del mio , del loro, del nostro lavoro. Il senso del progetto “Women performing Europe” mi appariva in tutto il suo significato, nella sua pregnanza, già in quel primo incontro con Julia .  

Mancava solo Cora , ormai stanca di viaggiare e sopraffatta dalla malattia . Ma sapevo che era lì comunque, in qualche modo. Che quel progetto nasceva anche grazie a lei e al lavoro che aveva fatto tanti anni prima, e che lo conteneva

Reti

Women performing Europe non e stato uno dei tanti progetti, ma un tentativo di creare una rete forte di donne . Ne sentiamo ancora la necessità? Si, per valorizzare il lavoro creativo di donne  che vivono e lavorano con coraggio, vitalità, determinazione e passione. Donne che rappresentano l'universo femminile e una idea di futuro visionario. 

Condividere e interconnettere progetti, pratiche e problemi,  portare alla luce modelli in un ambiente aperto e inclusivo composto da donne e uomini perché la complessità del momento richiede l'apporto di persone capaci di collaborare e agire insieme.

-- 
di Natasha Czertok

Gallery fotografica:

https://www.women-performing-europe.com/gallery


Foto di copertina tratta dal sito del progetto https://www.women-performing-europe.com/

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