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#CUOREDINAPOLI. Una rivoluzionaria presa di coscienza

22/10/2019
by Martina Blasi
Tungumál: IT

Articolo a cura degli studenti del Corso di Nuove Tecnologie dell’Arte NTA, Accademia di Belle Arti di Napoli

La modalità artistica e di lavoro che viene sviluppata all’interno del Corso di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Napoli prevede un impegno quotidiano e collettivo che mette in connessione circa 150 studenti all’interno del laboratorio di NTA, impegnato da 10 anni nella sperimentazione di un modello artistico che sviluppi pensiero e pratiche capaci di modificare concretamente ed eticamente il punto di vista, il pensiero e realtà. Infatti obiettivo didattico primario del nostro Corso di NTA è quello di formare artisti che sappiano muoversi nell’ambito delle nuove tecnologie, ma prima di tutto donne e uomini che sappiano attraversare consapevolmente il territorio condiviso.

Chi è l’artista oggi?

Occorre partire da alcune riflessioni imprescindibili per affrontare qualsiasi ricerca e azione artistica che voglia propriamente dirsi contemporanea. Una di queste è chiedersi: chi è l’artista oggi?
L’esperienza del laboratorio di NTA suggerisce che l’artista non è identificabile come il creatore del ‘nuovo’, ma come un soggetto plurale che assume tutto ciò che lo circonda e lo trasforma, dando ad esso nuovo senso e producendo, dunque, nuovo pensiero. Ci piace pensare, infatti, che esista un punto di incontro, a metà strada tra l’essere ingegneri e l’essere poeti, tra la definizione scientifica e quella romantica, tra bit e atomo. In questo punto intermedio c’è il laboratorio di NTA. Il nostro pensiero è costruito sul modello originario della Rete intesa come quel territorio inesplorato in cui non esistono gerarchie o convenzioni, ma dove orizzontalmente tutti gli elementi concorrono, in relazione tra loro, alla creazione di una “intelligenza collettiva”, così come l’ha intesa Pierre Lévy. (1)
Riteniamo, pertanto, che oggi la ricerca artistica debba tendere a un nuovo orizzonte di arte relazionale, diverso da quello codificato da Nicolas Bourriaud (2) negli anni Novanta dello scorso secolo. L’arte per essere propriamente contemporanea dovrà, quindi, riferirsi al funzionamento delle nuove tecnologie, intese non come pura techné, ma come modello di pensiero, da cui assume le modalità ipertestuali di funzionamento. Questo cambiamento di prospettiva investe anche il ruolo e la funzione dell’artista, che, pertanto, si presta ad essere individuato come un soggetto complesso, plurale, collettivo o, meglio ancora, ‘connettivo’.

Relazione e trasversalità

La nostra azione artistica utilizza uno strumento inconsueto - la relazione -, che ci consente di individuare e studiare le forme, le connessioni e i rapporti già esistenti all’interno di quel territorio, di quello spazio urbano e sociale in cui decidiamo di lavorare per alcuni mesi, trasferendo il nostro laboratorio (quindi studenti, docenti e attrezzature) - “laboratorio mobile di sperimentazione” – che diventa luogo di snodo, di interscambio, di ibridazione, base operativa in cui promuovere quell’azione che consentirà di evidenziare e accelerare i nessi, le relazioni, le connessioni, appunto, preesistenti nel territorio in cui andremo ad operare.

Perché questo possa avvenire con efficacia, procediamo applicando la trasversalità: uno scambio equo e costante di ruoli, una circolazione dinamica di idee, pensieri, informazioni che sono necessari affinché un team così grande, di circa 150 studenti, si trasformi e si evolva, permettendo la crescita, per noi fondamentale, del singolo nel gruppo. Tale trasversalità è una pratica desunta dalla didattica del laboratorio di NTA, che prevede, proprio in virtù del modello originario della Rete a cui in precedenza ci si riferiva, che studenti e docenti concorrano insieme alla costruzione di una “intelligenza collettiva”, di un pensiero ‘teorico-pratico’, possibile grazie a modello didattico che prevede un equilibrio dinamico che definiamo “orizzontalità imperfetta”.

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I Quartieri Spagnoli: #CUOREDINAPOLI e le soft skills

Pensiamo che esista una epicità delle piccole cose e che essa risieda in tutte quelle azioni che in qualsiasi modo hanno un impatto positivo su di noi e sul territorio comune. Sono proprio queste azioni che permettono al nostro sistema di rimane in vita. Un caffè condiviso, lo scambio di un abbraccio, una chiacchierata con un passante, un abitante, un passante, sono gesti ordinari che assumono le sfumature dello straordinario nel momento in cui sono capaci di spostare il punto di vista di un intero quartiere e la percezione che esso ha del territorio e delle sue potenzialità.

Quest’anno siamo ritornati nei Quartieri Spagnoli, dove non solo avevamo già realizzato l’edizione 2018 di #CUOREDINAPOLI, ma dove avevamo anche inaugurato lo scorso 15 dicembre il progetto #CUOREDINAPOLI Beyond the Lab, vincitore del bando “Prendi Parte!” promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e che ha coinvolto la Fondazione Foqus – Fondazione Quartieri Spagnoli, il gruppo di artisti media integrati (formatisi nel laboratorio di NTA), ma anche l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” (Dipartimento degli Studi Umanistici e Dipartimento di Scienze Politiche) per analizzare l’impatto socio-economico e psico-comportamentale generato dal progetto #CUOREDINAPOLI.
Siamo ritornati nei Quartieri Spagnoli lo scorso gennaio con una nuova consapevolezza, frutto di 10 anni di sperimentazione e di attività teorica. Una rivoluzionaria presa di coscienza è, infatti, il titolo dell’ultima edizione di #CUOREDINAPOLI svolta lo scorso 4 maggio nei Quartieri Spagnoli.

Rivoluzionaria è un’intuizione, una consapevolezza che è capace di sovvertire direzioni, modi di pensare, azioni e relazioni.
Rivoluzionaria è la consapevolezza che ogni cosa esiste in relazione l’una con l’altra e in relazione a te che puoi influenzare e cambiare queste dinamiche.

Rivoluzionario è stato anche l’approccio al lavoro di quest’anno, che ci ha portati a generare dei flash lab, piccoli laboratori dislocati sul territorio che richiedevano la partecipazione attiva degli abitanti, passanti e commercianti, con cui abbiamo realizzato degli interventi all’interno delle loro attività. Per sei mesi abbiamo fatto di bassi, negozi e piazzette basi operative per poter lavorare e costruire cinque progetti differenti, aderenti alle peculiarità e alle esigenze del territorio e di chi lo abita. Ed è stato proprio il territorio a suggerirci l’individuazione di 5 diverse zone, quindi di altrettanti diversi interventi artistici e di comunicazione che hanno preso spunto dalle specificità di quei luoghi, diversi anche per la non sempre sovrapponibile vocazione commerciale o residenziale.
Stringendo relazioni, siamo riusciti ad entrare nei negozi, nelle case e nei vissuti più intimi di chi ci ha ospitato, offrendoci caffè, racconti, collaborazione, sogni, inquietudini e consigli. Tutto questo ci ha permesso di attivare un processo di ricerca i cui risultati ci consentono di affermare che la nostra azione artistica ha attivato soft skills già esistenti, ma spesso ignorate, quindi non praticate, per la scarsa o nulla consapevolezza. I nostri dispositivi estetici e artistici fungono, dunque, da attivatori soft skills preesistenti, che, attraverso la nostra azione sul territorio, vengono rintracciare e innescate. La resilienza, ad esempio, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, è senz’altro la soft skill più diffusa tra chi vive e lavora in quel quartiere. Attraversando i Quartieri Spagnoli, studiandoli e stringendo relazioni, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare le loro storie ed è attraverso queste che abbiamo trovato come denominatore comune il concetto di resilienza.


Napoli non nasconde le ferite, abbraccia le fragilità, mostra la bellezza nascosta. Ogni crepa ha una storia e la sua storia diventa un’opera d’arte.


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I Quartieri Spagnoli si sono trasformati nel tempo attraverso un processo di stratificazione, anche architettonica, e gli edifici, con i loro segni, sono la testimonianza evidente di questo cambiamento, un segno tangibile del mutamento, capace di raccontare vissuti e storie. Ma i segni sono anche le tracce di quella capacità di adattamento alle difficoltà, al tempo, alla storia, al degrado: sono la resilienza urbanistica di un luogo. In particolare, abbiamo notato che vico Due Porte a Toledo è scandita, più che qualsiasi altra strada della zona, da un susseguirsi numeroso di crepe sui muri e sui palazzi che delimitano il vicolo e che abbiamo trattato come ‘indizi’ architettonici di resilienza. Il nostro intervento ha esaltato questi segni, li ha messi in evidenza: dipingendo di rosso le spaccature sui muri, abbiamo voluto conferire a ogni singola crepa il valore di opera d’arte. La nostra azione, quindi, non è stata indirizzata ad aggiungere o a stravolgere, ma a consentire l’emersione di ulteriori significati, aspetto e valore al luogo.

Diversamente, per la zona di Piazza Montecalvario, caratterizzata da continue correnti di aria che movimentano i vicoli, si è preferito lavorare su un tema più poetico, sul concetto di “anima”, concetto talmente indefinibile che gli antichi la associarono al vento. Percepibile solo tramite gli effetti che esso provoca, invisibile, impalpabile, il vento fa sentire la sua presenza nei Quartieri Spagnoli e percorre i vicoli con il suo soffio, trasportando gli odori e animando ogni cosa al suo passaggio. Uno dei dispositivi estetici ideati per questa porzione di territorio è la girandola, che, come il vento, intercetta e rende visibile l'anima del quartiere e il suo turbinio la trasforma in un rilevatore/rivelatore di anime. Per realizzare questi dispositivi estetici e di comunicazione ci siamo avvalsi della collaborazione dei NEET, ragazzi del quartiere, inoccupati, coinvolti nei laboratori del progetto Beyond The Lab a cui facevamo riferimento prima.

In Via De Deo, con i nostri dispositivi, abbiamo affidato il messaggio all’immagine. I commercianti sono stati trattati come icone pop, a metà tra la Marilyn di Warhol e il brand Coca-Cola. Via De Deo è stata trasformata in un centro commerciale a cielo aperto, dove a essere messo in evidenza non è un noto brand, ma la singolarità del piccolo commerciante. Realizzando delle insegne luminose con l’avatar di ciascun commerciante, abbiamo evidenziato l’attitudine insita nella loro stessa pratica quotidiana, abbiamo reso visibile quel “metterci la faccia”, propria della natura del commercio e che consente di costruire una rete di relazioni virtuosa, se indirizza all’ obbiettivo comune: il territorio condiviso.


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Lavorare all’edizione 2019 di #CUOREDINAPOLI nei Quartieri Spagnoli ci ha consentito di verificare quanto negli anni si fosse trasformata la nostra modalità di azione: da un approccio iniziale site specific (in cui si dava centralità al luogo) nel tempo abbiamo prediletto sempre di più l’impatto che definiamo relation specific (in cui si lavorava sulle relazioni per accelerarle), fino a conseguire progetti artistici che oggi chiamiamo people specific , in cui vengono evidenziate le specificità dei singoli affinché sia il soggetto a poter esprimere in forma creativa quelle potenzialità che consentirà di stravolgere le dinamiche del territorio a cui appartiene.

Un elemento che accomuna tutte e cinque le operazioni artistiche che abbiamo sviluppato nell’ultima edizione di #CUOREDINAPOLI è il cambiamento del punto di vista: lo spazio è pieno di idee, di elementi all’apparenza completamente fuori luogo, di oggetti ‘sospesi’ in attesa di un nuovo senso. Sono forme a cui gli abitanti del quartiere si sono assuefatti e sono forme di degrado per i passanti occasionali; un segnale stradale capovolto da anni, una saracinesca abbandonata, un’edicola votiva vuota passano inosservate ma sono anche forme capaci di poter comunicare, mostrando il potenziale che si nasconde dietro le cose.


Quanti significati, invece, può avere un oggetto e quante possibilità abbiamo noi di intendere la realtà? Sta tutto nel come si sceglie di vedere il mondo.
L’operazione artistica è stata quella di individuare gli oggetti sospesi e abbandonati e dare ad essi nuovo senso, attraverso l’applicazione di semplici targhette, che hanno reso le strade, tra cui Via Speranzella, una sorta di musei a cielo aperto.

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Ed è così che abbiamo trasformato una lavatrice abbandonata in un “varco spazio temporale”, un tubo fuori uso in un “periscopio per sottomarini partenopei”, un telo per riparare i panni dalla pioggia in un “frammento di mare”. La possibilità di cambiare il punto di vista, nominando diversamente oggetti abbandonati, consente di modificare gli atteggiamenti, l’approccio alla vita, al proprio lavoro, alla società e al mondo. La banalità del rifiuto abbandonato diventa pretesto per un’operazione estetica volta ad accelerare il processo di consapevolezza. D’altra parte sono proprio gli abitanti dei Quartieri Spagnoli ad averci mostrato questa possibilità, rifunzionalizzando costantemente qualsiasi elemento più o meno mobile che attraversa le loro strade e le loro vite.
Quando ci siamo confrontati con la parte alta dei Quartieri Spagnoli, la caratteristica prevalentemente residenziale e un’assenza di esercizi commerciali in quell’area ha determinato ancora una diversa azione artistica.
In un luogo in cui i confini fisici tra casa e strada non esistono, siamo riusciti, attraverso l’utilizzo di un flyer - lettera, a creare rapporti strettamente personali con gli abitanti entrando nelle loro case e nelle loro quotidianità.
Con questo tipo di approccio abbiamo invitato gli abitanti a realizzare insieme una festa nella festa, una scultura antropologica relazionale composta da una tavolata di 14 metri in Vico Lungo Trinità degli Spagnoli dove tutti gli elementi che la costituivano assumevano un nuovo senso: il cielo stellato era un tappeto di led e i panari, calati dai balconi, supporti luminosi. L’atmosfera suggestiva che è venuta a crearsi ha innescato nuove relazioni tra gli abitanti di quel luogo e chi attraversava per l’occasione l’opera-evento #CUOREDINAPOLI.


Ed è così che durante la festa, presa dall’euforia collettiva, la signora Concetta decide di aprire il suo basso a tutti, eliminando i confini tra la sfera privata della sua casa e quella pubblica del territorio. Il dispositivo della tavolata si è esteso, creando un prolungamento all’interno del basso stesso e agendo in maniera rivoluzionaria: non più lo spazio pubblico ad essere estensione di quello spazio privato, ma, stavolta, proprio lo spazio pubblico è entrato nel privato rendendolo collettivo.
Ed è in questo che consiste la “rivoluzionaria presa di coscienza” che ha dato il titolo all’edizione 2019 di #CUOREDINAPOLI: cambiare il proprio punto di vista, modificare l’approccio soggettivo e individuale per costruire la sensibilità per il territorio comune.

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Di NTA – Corso di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Napoli

Sito web

Altri link per approfondire

Note:


1 Cfr. P. Lévy (1994), L'intelligenza collettiva. Per un'antropologia del cyberspazio, trad. it. Feltrinelli, Milano 2002.
2 Cfr. N. Bourriaud (1998), Estetica relazionale, trad. it. postmediabook, Milano 2010.
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