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Minori stranieri non accompagnati fra dipendenza e autonomia

01/07/2019
by Giorgio Rini
Jezik: IT

Gli ultimi dati mettono in evidenza che il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia e in tutta Europa è sempre più in aumento. Non si può non tenere conto di quello che è una vera emergenza, che ha bisogno di sostegno su più fronti.

Spesso i ragazzi si ritrovano a vivere quello che si potrebbe definire “un vuoto”, senza punti di riferimento, sia in termini di luoghi, che di filtri affettivi e culturali con cui guardare la realtà. Si tratta di una condizione molto difficile e davvero precaria dal punto di vista psicologico.

Il tutto è accresciuto da un senso di responsabilità che i ragazzi si assumono, molto spesso “dettato” dalla famiglia: non vogliono “deludere” le aspettative dei familiari, ma allo stesso tempo è molto difficile riuscire a costruire le condizioni tali da soddisfare le speranze che la famiglia ripone, mandandoli da soli in Italia.

Il conflitto interiore

Per i ragazzi arrivati da soli in Italia è facile immaginare un conflitto interiore difficile da sciogliere. Da un lato la responsabilità di “essere grandi” e dover arrivare ad instaurare quelle condizioni che permetterebbero la manifestazione di comportamenti propri degli adulti.

Non a caso alcuni vorrebbero trovare un lavoro, per poter inviare sostegni economici alle famiglie di origine.

Dall’altro, però, un dover riuscire a fare conti con il sistema burocratico, con le regole che la vita in un altro Paese impone e che spesso con corrisponde alle loro aspettative o a quello che avevano immaginato.

Una condizione fa che sperimentare quell’essere ancora “bambini”, nel senso di un’autonomia non ancora conquistata pienamente. Ecco perché i ragazzi si trovano in una condizione di passaggio dall’infanzia all’età adulta e dalla dipendenza all’autonomia, un processo che rimane bloccato nel suo svolgimento.

Gli interventi della scuola tra didattica e un percorso di fiducia

A questo punto ci si può chiedere che cosa fare. Gli interventi educativi da poter mettere in atto sono molti e sono ovviamente lasciati agli esperti e alle strutture in cui i minori vengono accolti. Ma la scuola può contribuire? La risposta, a mio avviso, non può che essere affermativa.

La scuola ha il dovere di strutturare delle proposte didattiche che siano vicine agli interessi di questi ragazzi, per stimolarli alla riflessione e al confronto. Ma allo stesso tempo c’è un concetto fondamentale, sul quale mi piacerebbe riflettere. Si tratta del concetto di fiducia.

Dare fiducia a questi studenti significa aspettare che compiano, anche gradualmente, i loro piccoli passi verso un’interpretazione della nuova realtà, che passa anche tramite l’apprendimento della lingua italiana.

Dare fiducia significa proporre in classe il valore della differenza, che può essere spunto per un arricchimento individuale.

Dare fiducia, infine, significa instaurare un rapporto che permetta di acquisire nuovi filtri affettivi, da cui affacciarsi come delle finestre per porsi nell’atteggiamento giusto per costruire e realizzare aspettative individuali.

Il lavoro è lungo e faticoso, ma il premio che spetta alla fine del percorso consiste nel vedere il raggiungimento di una dimensione che possa “sbloccare” il processo interrotto, in modo che gli adolescenti sappiano crescere in Italia, conquistando autostima e sicurezza.

Un lavoro educativo che non si ferma alla didattica, ma che passa tramite percorsi didattici appositamente studiati, pronti ad essere ristrutturati anche in corso d’opera, se se ne manifesta la necessità.

Prof. Giorgio Rini

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