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Adesso parlo Io: uno spazio di ascolto per persone in corso di sospensione del procedimento penale con messa alla prova

Adesso parlo io è uno spazio di ascolto e condivisione dedicato a persone in corso di sospensione del procedimento penale con messa alla prova. Nasce da un’idea dell’UIEPE Palermo (Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Sicilia) che ne ha affidato la realizzazione all’Associazione Uniamoci Onlus, al fine di rispondere al bisogno di ascolto osservato nei soggetti assistiti dall’Ufficio.

In ottemperanza alle misure nazionali per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da COVID-19, si è trattato di uno spazio di incontro virtuale per gruppi composti da 5 persone in corso di sospensione del procedimento penale con messa alla prova (su indicazione dell’UIEPE Palermo) facilitati da un educatore ed una psicologa.

L’adattamento online di un incontro con le finalità del racconto e rielaborazione di una storia personale, ha evidenziato “quanto sia effettivamente importante, soprattutto attraverso piattaforme online, far rilassare i partecipanti e riscaldare il gruppo per permettere uno scambio di idee più fluido ed efficace: ogni gruppo era nuovo, diverso, composto da persone che non si conoscevano tra loro, e per questo motivo inizialmente inibito e in imbarazzo” come evidenziato da Giulia Messina, la psicologa che ha partecipato alla facilitazione dello spazio di ascolto.

Ciascun incontro ha, dunque, previsto un momento introduttivo di conoscenza tra i partecipanti, mediato da giochi di team building sul tema della comunicazione, al fine sia di creare un clima di collaborazione, coinvolgimento attivo e fiducia all’interno del gruppo che di guidare i partecipanti nella riflessione sul concetto di comunicazione efficace e ascolto attivo, elementi cardine della parte centrale di ciascun incontro. Sono stati utilizzati giochi basati sul mimo di oggetti di uso quotidiano; la riformulazione di un ricordo (ispirato da un’immagine stimolo) condiviso da un altro partecipante del gruppo; il disegno di un’immagine seguendo le indicazioni orali di uno dei partecipanti (l’unico che poteva effettivamente osservare l’immagine) confrontando, poi, i risultati tra loro e con l’originale; la creazione di un fumetto collettivo di cui ciascun partecipante aveva il compito di disegnare una scena. Attività che si sono prestate bene a favorire l’interazione tra i partecipanti seppure attraverso lo schermo di un computer ed al di là delle differenze culturali, sociali e anagrafiche, nella concezione della creazione di un clima di fiducia che potesse fare da rete e da contenitore emotivo per le storie di cui ciascun gruppo era portatore.

Incoraggiare tutti a partecipare fin dall’inizio dell’incontro è significativo perché permette una sintonizzazione più omogenea e scoraggia la distrazione, che durante incontri molto lunghi può essere un ostacolo, non permettendo di raggiungere gli obiettivi prefissati. Determinati giochi incentivano un clima democratico, in cui ognuno può dire qualcosa senza venir giudicato, poiché si crea un’atmosfera divertente e senza pregiudizi, abbattendo i confini dati dall’età, dalla propria provenienza e dalla propria storia di vita” – continua Giulia Messina – “Queste attività sono di fondamentale importanza per noi che conduciamo un gruppo che non conosciamo e abbiamo bisogno di conoscerlo nel tempo più breve possibile per poter svolgere un lavoro efficace: ci danno la possibilità di valutare come si sente il gruppo in quel momento e di poter personalizzare l’incontro di conseguenza.  Aver la possibilità di rompere il ghiaccio fin dall’inizio ci ha permesso in più di un incontro, di rendere più attive ed interessate le persone che stavano partecipando all’incontro malvolentieri: in un incontro un membro del gruppo era visibilmente disinteressato, parlava con altre persone presenti nella stanza, non disattivava il microfono e non capiva quand’era il suo turno; nel momento in cui ha dovuto iniziare a collaborare con gli altri durante l’attività di creazione del fumetto, in cui ognuno aveva un proprio foglio su cui doveva disegnare, ha iniziato a partecipare e coinvolgersi. Infatti, inserire un elemento divertente e allo stesso tempo concreto è stato un punto di svolta: a volte il virtuale o in generale, tutto ciò che è percepito come poco concreto, può essere noioso per alcune persone. Bisogna, dunque, venire incontro ad ogni necessità, riadattando l’attività in itinere”. Tali attività iniziali favorivano inoltre la possibilità di prendere le distanze dalla propria vicenda giudiziaria e recuperare la propria individualità nella relazione con il gruppo: in apertura si chiedeva a ciascuno di presentarsi con nome, età e professione, ma in molti avevano la tendenza a volersi presentare partendo proprio dalla propria vicenda, come se in quel contesto fosse questo ne definisse l’identità; la ricerca e condivisione di 4 caratteristiche positive di se e le successive attività di team building favorivano proprio la centralità della persona con i suoi vissuti, le sue riflessioni e le sue emozioni piuttosto che i fatti accaduti.

In tal modo i partecipanti venivano preparati alla parte centrale degli incontri, quella dedicata appunto alla condivisione della propria vicenda giudiziaria. Al fine di preservare la natura del progetto, ovvero quella di fornire uno spazio di espressione in assenza di giudizio, i facilitatori non conoscevano le vicende dei partecipanti, se non attraverso le loro stesse parole. Il momento del racconto è stato strutturato in forma di storytelling di una storia personale: storytelling significa comunicare attraverso un racconto;  Margot Leitman, scrittrice e, appunto, storyteller, afferma che lo storytelling è “raccontare un’esperienza vera della tua vita, con un inizio, un centro e una fine”, un’esperienza che deve averti influenzato, deve essere stata determinante nel tuo percorso personale e professionale, recuperare quelle sfide, quelle situazioni che possono essere un esempio per altre persone. In questo caso si racconta una storia non per intrattenere o divertire, ma per descrivere la realtà vissuta e mostrare un percorso di crescita. Lo Storytelling prevede l’interazione tra lo storyteller e gli ascoltatori: le reazioni degli ascoltatori influenzano e danno forma al racconto, creano una connessione tra chi parla e chi ascolta, aiutano a raccontarsi da un’altra prospettiva come narrazione del sé in divenire.

Così i partecipanti, uno alla volta, venivano invitati a raccontare la propria storia/verità, così come loro la percepivano. Unico suggerimento era quello di contestualizzare la storia in modo da renderla maggiormente comprensibile agli ascoltatori (Cosa è successo? Quando? Dove? Perché?) avendo ben chiaro in mente da dove iniziare e dove finire il racconto. È stato inoltre indicato un tempo massimo per la durata del racconto, in modo da garantire a ciascun partecipante la possibilità di raccontarsi nel tempo negoziato per l’incontro. Dopo ciascuna storia personale, spesso autonomamente, gli ascoltatori condividevano qualche riflessione o chiedevano qualche chiarimento, aiutando lo storyteller a rivedere la propria storia e a reinterpretarla, ridefinendo lo spazio di ascolto e facendogli talvolta assumere invece i connotati di un gruppo di mutuo aiuto. C’era chi esordiva con “Che dire …” ritenendo che non ci fosse molto da raccontare e chi avrebbe avuto bisogno di tutto il tempo di un incontro: qualsiasi fosse il grado di consapevolezza del reato e qualsiasi fosse lo stato d’animo della persona rispetto al procedimento in corso, la totalità dei partecipanti riusciva infine a rileggere la vicenda in termini di un percorso di crescita, una storia da raccontare, da cui anche altri potessero imparare. I partecipanti dopo le attività iniziavano a conoscersi tra di loro, rivolgendosi tra loro con diminutivi e dispensando consigli e supporto. Raccontarsi in un contesto di questo tipo permette la trasformazione di vissuti spesso di disperazione, angoscia, stress e incomprensione e permette di dare un senso o una conclusione che possa incorniciare meglio il percorso svolto. Incontrare l’altro e riconoscersi nell’altro permette una sintonizzazione e un annullamento anche se momentaneo del senso di solitudine sperimentato durante l’intero procedimento giudiziario. Il più delle volte i membri autonomamente conversavano fluidamente tra loro e si ponevano domande, che a volte trascendevano l’argomento, ma che dimostravano la curiosità umana di conoscere chi si incontra e chi ha un percorso di vita così simile al proprio. Tutto ciò, ovviamente, sarebbe stato più difficile se non si avesse avuto il tempo di co-creare lo spazio” – conclude Giulia Messina.

Al termine degli incontri, quale concretizzazione della rielaborazione dei propri vissuti, i partecipanti in gruppo, venivano guidati nella compilazione dello schema dell’albero per l’analisi dei fenomeni sociali: rileggere il proprio percorso in termini di cause (le radici), modalità (il troco) ed effetti (la chioma).

L'immagine contiene una sintesi dei contributi di tutti i partecipanti dello spazio di ascolto re...

Lo spazio di ascolto è stato pienamente legittimato nel suo scopo da quanto emerso dal sondaggio iniziale che i partecipanti sono stati invitati a compilare: infatti veniva chiesto con chi avessero condiviso la propria storia giudiziaria, con la possibilità di scegliere tra diversi interlocutori quali familiari, amici, avvocato, assistenti sociali, psicologo, conoscenti, colleghi; per tutti l’interlocutore principale è stato la famiglia, seguito dall’avvocato, per il 50% partecipanti anche gli amici hanno rivestito un ruolo fondamentale e per il 40% anche gli assistenti sociali, le altre categorie hanno avuto un ruolo più marginale. Di rilievo è anche l’indagine relativa al vissuto dei partecipanti rispetto alla loro vicenda giudiziaria: in fase di valutazione iniziale il sentimento più diffuso tra i partecipanti era la delusione, seguito dal sentirsi incompreso o speranzoso; la stessa domanda è stata poi posta al termine dell’incontro: in questo caso solo uno dei partecipanti ha riportato un sentimento di delusione ed il sentimento predominante risultava invece quello della speranza seguito dal sentirsi sereno. Tale elemento mostra come semplicemente la possibilità di esprimersi e raccontarsi in un contesto non giudicante possa aiutare la persona a modificare concretamente il proprio vissuto rispetto alla situazione problematica che sta attraversando, rileggendola in chiave diversa. Inoltre, ben l’83% dei partecipanti ha espresso la volontà di partecipare ad altri incontri di questo tipo.

 Ogni incontro era diverso come diverse erano le dinamiche che si instauravano tra i partecipanti, la loro capacità di mettersi in gioco e seguire le consegne delle attività proposte, e diverse le loro storie ma per tutti lo spazio di ascolto ha rivelato la sua efficacia nel contribuire ad una rilettura della propria esperienza, all’aumento dell’auto-consapevolezza dei partecipanti, ad affrontare il proprio percorso con la giustizia con uno stato d’animo più positivo e comunque percependosi meno soli ed incompresi.

 

Eleonora Diliberto

Project manager ed educatrice 

Associazione Uniamoci Onlus

 

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