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Ascolta la mia storia. Lo storytelling digitale come strumento di consapevolezza per adulti appartenenti a gruppi vulnerabili

15/10/2019
por Daniela Ermini
Idioma: IT
Document available also in: EN DE

/it/file/participatory-video-making-epaleParticipatory Video Making EPALE

participatory video making EPALE

Tutti noi abbiamo una storie da raccontare, ma non tutte vengono ascoltate. Aleksandra Kozyra di EAEA ha incontrato due educatori che utilizzano metodi audiovisivi per incoraggiare i gruppi vulnerabili a condividere le loro esperienze e far sentire la loro voce.

"I nostri discenti non si conoscono tra loro, non sanno come si realizza un video, e sentono che la loro voce non è ascoltata", mi dice Łukasz Szewczyk che nel suo lavoro utilizza regolarmente video partecipativi e narrazione digitale.

Ci incontriamo a Helsinki, dove EAEA sta partecipando a una riunione dei partner di Education by the Way - un progetto Erasmus +  incentrato sull’analisi dei diversi metodi di lavoro con adulti vulnerabili.

Lo storytelling, incluso quello digitale, è uno degli esempi di cui abbiamo discusso con gli educatori invitati a condividere  competenze e strumenti. Come spiega Łukasz, è un metodo in grado di apportare enormi benefici a particolari gruppi target.

"In Cotopaxi  lavoriamo con una varietà di soggetti diversi sottorappresentati, la cui voce non è sempre ascoltata: discenti con disabilità fisiche o intellettuali; persone che hanno avuto sofferenze psicologiche o presentano un disturbo mentale; anziani e giovani. "

Le relazioni si approfondiscono, le persone si aprono

“Ci concentriamo principalmente sui vantaggi di essere in gruppo e sullo sviluppo delle competenze trasversali. Diamo ai nostri partecipanti uno spazio per incontrarsi e loro, imparando a realizzare un video, apprendono anche a collaborare, a raccontare la propria storia e ad ascoltare quella degli altri ", afferma Łukasz.

Ma ci sono anche altri aspetti positivi. Come spiega Łukasz, l’advocacy si rivela un elemento importante nel processo di creazione di un video. "Una volta un gruppo di donne senior ha raccontato in un video quanto sia difficile trovare posto in una casa di cura e una di loro ha finito per trovarne uno", dice.

Łukasz sottolinea poi quanto sia interessante seguire i partecipanti e osservarne i progressi durante il corso.  In particolare è interessato a seguire un gruppo di soggetti che hanno avuto un esaurimento mentale a seguito del quale hanno lasciato il lavoro.

"La prima volta che ho lavorato con loro, erano molto cauti e vedevo che non si sentivano al sicuro né con noi educatori né tra partecipanti. Ma a poco a poco, abbiamo avuto modo di conoscere le loro storie personali. Ad esempio, uno dei partecipanti ha creato un video in cui ha descritto la sua psicosi, le crisi subite, ha parlato di come vede il mondo dalla sua prospettiva. Questo è un incredibile segno di fiducia verso se stessi, verso noi e verso il gruppo.

Lo storytelling digitale dà potere alle persone

Curiosa di saperne di più su questi metodi, ho cercato anche un'altra organizzazione che si occupa di adulti vulnerabili offrendo seminari di narrazione digitale.

"Lo storytelling digitale agisce a diversi livelli: le persone traumatizzate possono “dare concretezza” all’esperienza traumatica per poi gardarla da una prospettiva diversa e riuscire a prenderne le distanze", mi dice Jasper Pollet di Maks.

“Lo storytelling digitale può dare un aiuto molto concreto alle persone in difficoltà. Subito dopo gli attacchi terroristici a Parigi e Bruxelles, molti dei nostri giovani avevano iniziato a sentirsi sotto osservazione perché avevano origini migratorie ", racconta Jasper. "Decidemmo di dar loro l’opportunità di esprimere il loro punto di vista, soprattutto quando non erano d'accordo con il parere della comunità e il dibattito che era in essere. Iniziammo ad andare nelle scuole del quartiere a chiedere quale fosse la loro opinione in merito. "

E poi porta un altro esempio: un progetto che ha messo al centro storie di donne vittime di violenza. "Non ho lavorato su quel progetto", specifica Jasper. “La cosa grandiosa è che era delle donne per le donne, il che ha creato un gruppo di persone molto affiatato che ha saputo condividere le proprie storie"

“Le situazioni erano svariate: alcune donne erano scappate da una guerra, altre avevano subito violenza domestica e la loro esperienza era sepolta dietro le mura di casa. Nonostante queste differenze, la condivisione dell’esperienza traumatica è stato il collante che le ha unite ”

Chiedo: ma con argomenti così difficili da esplorare, non ci sono momenti in cui le partecipanti chiedevano di lasciare il corso? Jasper risponde sottolineando il ruolo chiave dei formatori e dei facilitatori nel far sentire tutti al sicuro e in un ambiente protetto:

"In quel progetto c'erano donne comprensibilmente timide e a disagio a parlare della loro esperienza, ma i nostri facilitatori erano molto bravi a sostenerle", dice Jasper, aggiungendo che i confini devono essere chiari fin dall'inizio. "Creiamo uno spazio sicuro. Spieghiamo anche che uno degli obiettivi è fare un video ma che possiamo essere flessibili sugli aspetti che mettono a disagio le partecipanti ”.

Mettere o non mettere in video?

Jasper sottolinea quanto sia importante finire l'intero percorso con una proiezione. "ascolti queste storie e poi il prodotto finale è impressionante e chiude l'intero progetto."

Il progetto che ha appena descritto ne è un ottimo esempio. Come spiega Jasper, si è concluso con una grande proiezione, e sebbene alcune donne avessero reso il loro video completamente anonimo, altri erano diventate più disponibili a raccontare apertamente la loro storia.

“Hanno invitato familiari e amici che non avevano idea di cosa fosse successo. Questo è stato un momento potente. Abbiamo quindi dato l'opportunità ad alcuni dei loro familiari maschi di reagire raccontando a loro volta una storia ”

Jasper aggiunge che, quindi sono state create altre storie, anche in formato digitale. "È stato incredibilmente toccante", afferma.

Mettersi sullo schermo, tuttavia, può essere difficile. Łukasz menziona alcune delle sfide più grandi.

“In passato facevamo proiezioni pubbliche: invitavamo ospiti esterni e ospitavamo l'evento al cinema. Lo facciamo ancora, ma abbiamo iniziato ad apportare alcune modifiche. "

Ora c'è più flessibilità: Cotopaxi mostra il video a un pubblico più ampio solo se il gruppo desidera farlo; altrimenti una proiezione è fatta solo per i partecipanti al seminario. E, anche nel gruppo chiuso, può comunque suscitare emozioni dolorose.

"Una volta abbiamo visto un video così commovente e difficile per il gruppo, che abbiamo suggerito di prenderci del tempo e di guardarlo di nuovo tre mesi dopo. Ma alla fine non l'abbiamo più rivisto. Era troppo difficle farlo e alla fine lo abbiamo lasciato in un cassetto ”, racconta Łukasz.

“Cerchiamo sempre di organizzare almeno una visione per coloro che hanno partecipato al processo. Lo mostriamo a un gruppo più grande solo se questo è il loro desiderio. Quindi invitano i loro amici e familiari e festeggiamo, anche se non stendiamo necessariamente il tappeto rosso! "

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Partecipanti senior si raccontano

Buon compleanno

Racconto digitale realizzata da una delle partecipanti nel progetto sulla violenza domestica

Crociera sulle mie lacrime

Storia digitale realizzata da un ristretto sulla propria  esperienza in carcere, nell'ambito di un progetto realizzato da Maks.

 


/it/file/lukasz-szewczykLukasz Szewczyk

Lukasz Szewczyk

Łukasz Szewczyk è formatore, facilitatore, manager e sviluppatore di film. È cofondatore e presidente della Cotopaxi Workshop Film Association, un'associazione polacca che utilizza metodi audiovisivi per lavorare con i discenti adulti. È il primo trainer in Polonia a utilizzare il video partecipativo (Zelig School di Bolzano) e a realizzare e sviluppare progetti basati su questo metodo. E’ laureato in Facilitazione in digital storytelling tenuto da Digital StoryLab presso l'Università di Aalborg a Copenaghen. Attualmente lavora come formatore in numerosi progetti realizzati in collaborazione con organizzazioni non governative, pubbliche amministrazioni e settori economici. Tiene anche corsi di formazione in lingua inglese per coloro che sono interessati ai video partecipativi come metodo.

/it/file/jasper-polletJasper Pollet

Jasper Pollet
Jasper Pollet ha lavorato per quasi sette anni come formatore di Digital Storytelling e Coding con i giovani per Maks vzw. Per progetti internazionali come Brights, Digital Welcome, Codinc e Yep4Europe ha formato formatori di Digital Storytelling e programmazione in tutta Europa, ha scritto metodologie sull'alfabetizzazione digitale per giovani lavoratori e insegnanti e ha condotto seminari multimediali nelle scuole e nelle organizzazioni giovanili. Ha anche un grande impegno nel lavoro sociale giovanile locale a Bruxelles, ama la musica e l'arte e ha diretto e recitato in alcuni cortometraggi. Jasper ha studiato Coaching, Experimental Film e Social Youth Work e ha un Master in Design multidisciplinare presso l'Università di Gand - School of Arts Gent e una laurea in New Media e tecnologia della comunicazione presso il Howest College Kortrijk.


Aleksandra Kozyra è un membro di membro ed eventi presso l'Associazione europea per l'educazione degli adulti ed è responsabile dell'organizzazione di conferenze EAEA e della formazione annuale del personale dei giovani. In precedenza ha lavorato con studenti adulti come formatrice di lingue in Polonia.

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