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A tu per tu con il virus: riflessioni su tecnologia e apprendimento

21/03/2020
by GABRIELLA RUSSO
Language: IT

Cosa sta accadendo alla scuola e al lavoro in tempo di pandemia?


Il distanziamento sociale, sostiene un’analisi del MIT Technology Review, durerà ben più di qualche settimana. Lo dimostra una simulazione dell’Imperial College di Londra. In un certo senso, accompagnerà la vita e il lavoro di tutti per sempre. Con un'esplosione dei servizi di una nuova Shut-in Economy.

“Stiamo cambiando quasi tutto quello che facciamo: come studiamo, lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo shopping, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli, ci prendiamo cura dei nostri familiari”. “La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più”.
Quello che sta accadendo è davvero un’opportunità o l’ennesimo disastro che potevamo evitare?
Prendiamo in considerazione la scuola e il lavoro. Cosa hanno in comune e cosa li differenzia in epoca di pandemia? La tecnologia ha un ruolo nuovo, siamo capaci di usarla al meglio?

Quasi da un giorno all’altro sono scuola e azienda che vanno dagli studenti e dai lavoratori e ci vanno con quello strumento che fino a poco tempo fa, invece, li allontanava: la tecnologia.
Con un fortissimo cambio di significato, si ristabilisce un’alleanza con gli adulti, nel caso degli studenti, con le imprese, nel caso dei lavoratori. Si rompe il silenzio che regnava da troppo tempo.
Paradossalmente, imporre misure di distanziamento, ha reso più forte l’alleanza tra opposti che per anni non si sono parlati più.
Nel nostro sistema (di prima), non eravamo preparati a parlare davanti ad una telecamera. Il sapere di uno, diventa ora, il sapere dell’altro. Si lavora di più da casa che quando si entrava in aula o in ufficio. Siamo continuamente connessi, con la paura di perdere qualche pezzo di informazione e rimanere in isolamento non solo fisico, cognitivo, ma anche sociale (in senso organico), emozionale.
Scienziati affermano che non finirà qui. Finché qualcuno nel mondo avrà il virus, le epidemie continueranno a ripetersi, senza controlli rigorosi per contenerle e imporre misure di distanziamento sociale più estreme ogni volta diventerà il nuovo modus vivendi.

                                              

 

Come si misura la "distanza sociale"? I ricercatori la definiscono così: "Tutte le famiglie riducono del 75% i contatti al di fuori della famiglia, della scuola o del posto di lavoro". Significa che ognuno fa tutto il possibile per ridurre al minimo i contatti sociali e, nel complesso, il numero di contatti diminuisce del 75%.
Secondo questo modello, concludono i ricercatori, il distanziamento sociale e la chiusura delle scuole dovrebbero essere in vigore per circa due terzi del tempo, attivo due mesi e un mese in pausa, fino a quando non sarà disponibile un vaccino, il che richiederà almeno 18 mesi (se funziona).
Diciotto mesi!? Sicuramente ci devono essere altre soluzioni. 
Si potrebbe imporre restrizioni per un solo lungo periodo di cinque mesi? Non va bene neanche così: una volta eliminate le misure di distanziamento, la pandemia scoppierebbe di nuovo, solo che questa volta sarebbe in inverno, il momento peggiore per sistemi sanitari già troppo tesi.
E se si decidesse di essere brutali, fissando una soglia molto più alta del numero di ricoveri in terapia intensiva oltre la quale innescare il distanziamento sociale, accettando quindi che molti più pazienti muoiano? A quanto pare non fa molta differenza. Anche negli scenari meno restrittivi, saremmo nel sacco in più della metà del tempo.

Quindi, non si sta parlando di un'interruzione temporanea. È l'inizio di uno stile di vita completamente diverso.

 

 

Studiare, lavorare, vivere in uno stato di pandemia

 

Secondo Technology Review, a breve termine ciò sarà estremamente dannoso per le imprese che contano su un gran numero di persone che si riuniscono in massa: ristoranti, caffè, bar, discoteche, palestre, hotel, teatri, cinema, gallerie d'arte, centri commerciali, fiere dell'artigianato, musei, musicisti e altri artisti, luoghi sportivi (e squadre sportive), sedi di congressi (e produttori di congressi), compagnie di crociera, compagnie aeree, trasporti pubblici, scuole, centri diurni. Per non parlare dello stress dei genitori spinti a far studiare a casa i loro figli con i limiti che arriveranno dopo ore di uso del pc, mancanza di sonno e di sport, disordini alimentari etc…


La scuola sta capendo che questa esperienza resta nella memoria di professori e alunni. Succede che gli studenti che prima non ascoltavano i professori, si immergevano nella tecnologia, oggi, ascoltano e vogliono ascoltare. Imparano ad ascoltare nel silenzio esterno. Ed abituati al rumore, la voce del prof al dì la dello schermo diventa suono da ascoltare attentamente. Lo stesso per i lavoratori. Dopo i primi minuti di smarrimento, alla ricerca di applicazioni e in auto-formazione, ora sono pronti e attenti ad ogni minima richiesta. Perché lavorare da casa, come studiare, richiede maggiore attenzione, più plasticità mentale e diversa consapevolezza su ciò che si trasmette, solo con il verbale.
Eh si, perché l’incidenza della comunicazione visiva è talmente bassa (15%) da non essere quasi percepita. Poco importa lo sfondo dietro le spalle, l’abbigliamento informale o lo sguardo assonnato. Ciò che conta è capirsi, ascoltarsi, rispondersi.
In soli 15gg, la tecnologia è rientrata al suo posto, come strumento di mediazione che non può sostituire l’umano. Molti studenti dichiarano di apprezzare di più le spiegazioni quando sono on line e possono registrarle e riascoltarle.


Lo stesso lo sta sperimentando il lavoratore che scappava dalle lunghe giornate lavorative, immergendosi appena possibile nella stessa tecnologia dei nostri ragazzi per poi rimanere fuori dai meccanismi di comunicazione per l’alleanza della conoscenza.
Ci sarà comunque una stagione di adattamento per tutti, ma quale sarà il ruolo di chi si occupa di educazione e formazione?
Possiamo immaginare che verrà demandato a docenti e formatori il compito di aiutare e sostenere alunni e discenti non più nella crescita personale e professionale, quanto nel dare una dimensione di essenziale di auto-cura ad entrambe.
A breve termine, probabilmente troveremo compromessi imbarazzanti che ci permetteranno di mantenere una certa parvenza di vita sociale. Forse le sale cinematografiche toglieranno metà dei loro posti, le riunioni si terranno in sale più grandi con sedie distanziate, e le palestre richiederanno di prenotare gli allenamenti in anticipo, in modo che non si affollino.
In definitiva, verrà ripristinata la capacità di socializzare in sicurezza, ci si formerà sempre di più su questo, sviluppando modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattia e chi no, e discriminando (purtroppo) legalmente chi lo è.
 

 

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